 «Justice has been done», con queste parole il Presidente Obama ha annunciato domenica notte il risultato che gli americani attendevano da tempo: l’uccisione dello Sceicco del Terrore, Osama Bin Laden. Sono passati circa dieci anni dal giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, l’attacco al cuore dell’Occidente che ha scatenato la reazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati, compatti nella lotta contro il terrorismo, ma alla fine il conto è stato presentato al responsabile di quell’evento drammatico. Il risultato è particolarmente importante, non tanto per le immediate ripercussioni sull’organizzazione fondata da Bin Laden oltre vent’anni fa, quanto piuttosto perché Il capo di Al Qaeda era un simbolo importante del terrorismo islamico mondiale. Dunque non bisogna farsi troppe illusioni, la morte di Osama Bin Laden per quanto importante non rappresenta di certo la fine della minaccia del terrorismo islamico né la fine della guerra dell’Occidente contro di esso. Anzi, soprattutto nell’immediato il livello di allarme in Occidente è stato innalzato per paura di ritorsioni verso obiettivi sensibili, come ad esempio le ambasciate. Non solo, quanto avvenuto ad Abbottabad, una cittadina ad un centinaio di chilometri dalla capitale pachistana, dimostra ciò che tutti sanno e cioè che Al Qaeda ed i talebani godono ancora della complicità dei servizi segreti pachistani. Non è pensabile, infatti, che lo Sceicco del Terrore si nascondesse in Pakistan all’insaputa del potentissimo ISI, mentre potrebbe essere verosimile e particolarmente inquietante, che il governo di Islamabad non sapesse nulla, il che dimostrerebbe ancora una volta che il presidente Asif Ali Zardari non ha il pieno controllo delle forze armate e dei servizi di intelligence, o, peggio ancora, che ne è ostaggio. La sensazione, infatti, è che di fronte alle insistenze di Washington, che da mesi monitorava il compound dove si nascondeva Bin Laden, alla fine Islamabad abbia dato il via libera all’operazione, nella speranza che una volta che il risultato fosse stato raggiunto, potesse avere inizio il disimpegno statunitense sul territorio pachistano. E’ da tempo ormai che il governo Zardari, su pressioni dell’opinione pubblica e delle forze armate e di intelligence, protesta con Washington per i continui attacchi mirati con l’uso di droni, e, soprattutto, per la presenza sempre più «importante» di forze speciali e contractors sul territorio pachistano. Ora il governo di Islamabad spera che, con la morte di Bin Laden, ottenuto il massimo risultato gli americani possano iniziare il disimpegno. Ma ritirarsi adesso sarebbe un errore, perché la guerra non è ancora conclusa. Certo, i tanti obiettivi raggiunti negli ultimi mesi fanno ben sperare per la stabilizzazione dell’Afghanistan e per la sconfitta dei talebani, ma rimane ancora parecchio lavoro da fare. Abbassare la guardia proprio ora sarebbe un errore imperdonabile, perché mai come oggi la vittoria è a portata di mano, ma il terrorismo islamico ha dimostrato in passato di assomigliare alla sabbia, più si stringe la presa e più sfugge dalle mani. Condividi questo articolo      
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