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Numero 476
del 22/05/2012
Silvio Berlusconi contro la rivoluzione dei giudici PDF Stampa E-mail
! di Gianni Baget Bozzo
info@ragionpolitica.it
  
domenica 08 maggio 2011

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Nella notte dell'8 maggio di due anni fa si spegneva don Gianni Baget Bozzo, il nostro amico più grande che, attraverso la sua motivazione spirituale e politica, ha illuminato le menti di molti italiani. Egli ha costituito una guida per quei giovani e quelle persone che si sono strette intorno a lui e si sono fatte pioniere di un nuovo modo di partecipazione e sensibilizzazione politica attraverso internet, dando vita, con i loro contributi ed i loro commenti, alla rivista telemantica Ragionpolitica.it. Oggi vogliamo ricordare la memoria di don Gianni pubblicando un suo testo che, anche se datato 1 giugno 2001, racchiude in sé tutta la tensione attuale che suscita la contrapposizione tra due modelli di società: quello liberale e democratico fondato da Silvio Berlusconi e quello giustizialista che si è sviluppato dopo «Mani Pulite». Crediamo che il miglior modo di onorare la memoria di don Gianni sia quello di rendere ancora vivo il senso delle sue battaglie per la libertà, a cui egli ha dedicato la sua esistenza insegnandoci ad apprezzarne il significato più profondo.

Buona lettura. 

Alessandro Gianmoena

stretto collaboratore di don Gianni Baget Bozzo dal 2000

Gianteo Bordero

collaboratore di don Gianni Baget Bozzo dal  2004

Aurora  Franceschelli

collaboratore di don Gianni Baget Bozzo dal 2006 

   

L'Italia è un laboratorio politico: quello che accade in essa non ha precedenti. Il fascismo italiano, il comunismo italiano, il terrorismo italiano, persino la mafia italiana sono state punte iniziali di fenomeni che sono divenuti europei, occidentali, mondiali. L'emersione del potere giudiziario come potere politico è una possibilità implicita nella disaffezione alla democrazia che è caratteristica del mondo occidentale, soprattutto dinanzi alla realtà della corruzione nel pubblico e la reazione del sentimento sociale di fronte a questo fatto. Tuttavia proprio il fatto italiano deve essere servito a mettere in luce i rischi impliciti nell’esaltazione della magistratura come potere che ha il controllo della politica. Non è definito il limite in cui il potere giudiziario deve imporsi dinanzi al potere politico. Se si pone la questione sotto un profilo etico astratto, non si può dire che il politico debba essere al di sopra delle inchieste contro la corruzione. Ma se questo principio diviene il diritto-dovere della magistratura di perseguire il reato in chiave astratta, i danni che possono venire alla società sono molto più gravi del danno che può venire alla società dalla corruzione. In concreto, demolire un potere significa legittimarne un altro. La magistratura può divenire il soggetto politico di un colpo di Stato. E' quello che è avvenuto in Italia.

E’ interessante notare che la critica del formalismo giuridico ed il prevalere della cultura sociologica hanno spostato l'attenzione dal carattere formale del diritto, cioè dal contenuto giuridico della norma, alla definizione fatta in chiave sociologica dell'interesse che la norma vuol proteggere. All'interno stesso della formazione dei giudici il diritto come autorità e come forma ha ceduto il posto al diritto come potere e come interesse. La sociologia ha preso il posto dell'analisi formale della norma. Il mito della giustizia e la totalità di esso hanno sostituito la parzialità ed il realismo del diritto. E' nella cultura stessa degli operatori giuridici che è avvenuto questo passaggio. La norma deve essere interpretata in funzione dell'interesse sociale che il giurista od il giudice sentono come interesse permanente. Per questo il caso italiano è un ammonimento a quanto potrebbe accadere in un momento in cui l'attaccamento alla democrazia non è più messo in confronto con la terribile assolutezza del totalitarismo e dell'autoritarismo. Quando la democrazia non gode più della fiducia dei cittadini, allora si ha una certa disaffezione di fronte alla inevitabile mediocrità della politica (perché la democrazia svela i suoi mali mentre il totalitarismo e l'autoritarismo li nascondono o li fanno passare come beni). Ciò rende possibile che i giudici divengano il potere che colpisce la democrazia. In Italia questo è accaduto. L'aver posto i magistrati come un potere etico al di sopra della politica ha ferito la libertà e la democrazia ad un punto che avrebbe potuto essere mortale se il popolo italiano non avesse resistito. Forza Italia è stata appunto il soggetto di tale resistenza.

Nella storia del golpe dei magistrati si trovano all'inizio la derivazione marxista-leninista del '68 e la lettura fatta dai sessantottini del diritto come mero potere di interessi sociali su altri interessi sociali. Una minoranza di giudizi rivoluzionari avrebbe potuto prendere di mira il Palazzo di governo in nome dell’autorità dello Stato. Magistratura Democratica nacque così, prima ancora della fusione tra cultura comunista e cultura sessantottina.Ma poi vi furono altri fattori. Il primo è l'antidemocrazia della destra italiana, influenzata dall’eredità del fascismo. Ciò è espresso dalla figura del leader politico della magistratura dinanzi al mondo dell'opinione: Antonio Di Pietro, proveniente dai ranghi bassi della polizia. Di Pietro incarnò col linguaggio della destra autoritaria il rigetto della democrazia di fronte ad un caso di corruzione. Egli impersonò non il giudice ma il poliziotto, diede l'impressione che la legalità fosse colpita nei suoi livelli più popolari, innescò una tensione del basso verso l'alto, che fu un elemento determinante per far acquisire un senso di legge ed ordine ad un movimento che aveva avuto il suo primo impulso nel concetto di rivoluzione. Il terzo e più significativo elemento è la stessa corporazione del procuratore della Repubblica, impersonata dal procuratore Borrelli. Qui fu un magistrato non politicamente schierato ad assumere la figura del diritto-dovere assoluto di perseguire il reato e di farlo sulla base di una concezione della politica come associazione a delinquere. Le indagini furono condotte non con la forma di un processo ordinario, ma di un vero processo politico, che poteva contare, nel Paese, sull'unione del riflesso di destra (legge ed ordine, critica della politica) e di quello di sinistra (rigetto della Dc e del Psi). Fu un caso singolare a combinare l'esistenza di tutti questi fattori. La democrazia italiana era stata fin dall'inizio costituita da un nucleo di partiti democratici (quello cattolico, quelli laici, quelli socialisti) circondato da due opposizioni di sistema, quella fascista e quella comunista. La democrazia consociativa, cioè la cogestione del sistema politico mediante un accordo tra democristiani e comunisti, non aveva cancellato questo dato d'origine. La democrazia occidentale italiana non aveva assorbito i suoi scismi, che rimanevano legati in forma diversa al concetto di rivoluzione.

Il crollo del muro di Berlino aveva distrutto il fondamento più solido su cui si era costruita l'alleanza con gli Stati Uniti contro il comunismo. Vi era più consenso nel Paese sulla politica estera che non sulla figura politica dei partiti di centro e di centro-sinistra. Furono queste le condizioni di base che permisero alla destra fascista ed alla sinistra postcomunista di combattere insieme i partiti democratici. Un simile evento si era verificato nella politica italiana solo nel '53, contro la legge elettorale maggioritaria di De Gasperi. Ed esso si verificò per la seconda volta. Questa alleanza tra fascisti e postcomunisti fu il supporto politico dell'azione dei magistrati. E la base del principio della legittimazione degli uni e degli altri come forza di governo. Ciò dimostrò la debolezza del consenso nazionale della democrazia italiana. L'elemento di autorità ultima era stato, dal '49 in poi, tenuto in modo crescente dall'Alleanza atlantica ed in concreto dagli Stati Uniti. I partiti di centro non erano stati capaci di costruire un consenso nazionale. I magistrati poterono agire con il supporto della destra postfascista e della sinistra postcomunista, e ciò determinò un obiettivo legame tra la magistratura e quelle parti politiche. La Dc crollò moralmente, ponendo così la premessa per la fine del partito confessionale. Il presidente democristiano della Repubblica non difese l'infierire della magistratura milanese contro il suo partito. La sinistra democristiana prese il potere nel partito, ne cambiò il nome in Partito Popolare, si associò ai postcomunisti.

Berlusconi, costruendo il Polo delle libertà a nord con la Lega e il Polo del buongoverno con il Msi nel centro-sud costruì la contestazione di legittimità di tutto il processo che sarebbe dovuto terminare consegnando ai postcomunisti il Paese. Se questa contestazione non fosse avvenuta, i comunisti, nella forma anonima del Pds, avrebbero preso il potere, con il consenso della maggioranza grazie al supporto del Ppi. L'Italia era stata rovesciata come un guanto. L'opera dei procuratori milanesi concepita in nome della imparzialità della magistratura pensata come opera assoluta della subordinazione della politica alla magistratura, si era realizzata come un colpo di Stato. Come si può chiamare con altro nome una operazione istituzionale che ha per effetto la rimozione di tutti i partiti della maggioranza di governo dalla scena politica? Solo i contemporanei non si accorgono quando i cambiamenti storici avvengono. Per la terza volta un sistema politico e la sua dirigenza erano stati decapitati nella storia del Novecento: i liberali dai fascisti, i fascisti dagli antifascisti, i democratici dai procuratori e dai postcomunisti. La Dc ed il Psi non esistono più. Ed il cambiamento non è avvenuto per un consenso democratico: fu il cortocircuito tra una gestione spettacolare e vessatoria delle inchieste ed una stampa che legittimava questo processo e si legittimava con esso. Era una nuova "tecnica del colpo di Stato". Il colpo di Stato poteva essere legittimato dal consenso popolare. Non lo fu: il successo del Polo alle elezioni del '94 aveva un significato maggiore che una scelta politica, era una contestazione di legittimità.

In Berlusconi, homo novus della politica, non c'era solo la contestazione dell'alleanza tra comunisti e democristiani che proponeva la ratifica di Mani Pulite e l'accettazione del colpo di Stato: c'era la contestazione del loro diritto a governare. Fu questo l'elemento non percepito nel successo di Forza Italia: la questione di legittimità. Nonostante il supporto della stampa a Mani Pulite, il Paese ne aveva percepito la violenza, illustrata dai suicidi di socialisti qualificati come Moroni ed il presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari. La chiara percezione del circolo stabilito tra tempo di detenzione e chiamata in correità, chiaramente non democratico né liberale, fu la base del successo di Berlusconi. Berlusconi, con il solo con il presentarsi, contestava la legittimità dell'alleanza democristiana-comunista.Più che dai comunisti, questo fatto fu percepito dai magistrati. E da allora cominciò la lotta contro Berlusconi. Non si comprenderebbe il tentativo violento di delegittimazione del presidente del Consiglio operato inviandogli l'avviso di garanzia al congresso mondiale sulla criminalità a Napoli e facendo sapere ciò prima al Corriere della Sera che all'interessato, se non ci fosse stata una precisa decisione dei procuratori milanesi contro chi rappresentava la contestazione di legittimità del loro operato politico e del sistema politico che ne era nato. Il voto a Forza Italia non era un voto per un partito contro gli stessi partiti comunisti e democristiani che appoggiavano il nuovo ordine: fu il voto contro l'alleanza tra le procure ed i comunisti.

Il voto a Berlusconi fu non solo una scelta contraria al Pds ed al Ppi di Martinazzoli, fu una contestazione di legittimità dell'intervento politico dei magistrati: aprendo la persecuzione giudiziaria la procura di Milano capì bene che il consenso del Polo non era dovuto al suo programma politico come tale, ma al fatto che Berlusconi contestava il modo dell'intervento dei magistrati e l'alleanza obiettiva che essi avevano costruito. Ed il fatto dell'alleanza appare ancora più evidente dalla reazione dei magistrati. La procura milanese e la procura palermitana ebbero da allora un solo scopo: distruggere Berlusconi.Basterebbe la storia delle iniziative giudiziarie contro Berlusconi per comprendere come le procure di Milano e di Palermo capivano benissimo di aver fatto un preciso intervento politico, tanto da sentire la maggioranza guidata dai postcomunisti come la loro maggioranza. La Fininvest venne trattata come una associazione criminale, su di essa si concentrarono le inchieste giudiziarie, mentre quelle centrate sulle ferrovie attorno a Pacini Battaglia vennero lasciate cadere. Ormai la corruzione che non fosse politicamente qualificabile, la corruzione quindi che non interessava il caso Berlusconi, era irrilevante. Ma che Berlusconi fosse divenuto un simbolo di legittimità determinava un fatto singolare: più l'attenzione della procura milanese si concentrava attorno al caso Berlusconi, più il consenso popolare attorno a Berlusconi aumentava. E questo era l'evidente riflesso della questione di legittimità: era il titolo di legittimità che gli elettori di centrodestra chiedevano. E questo li costituiva come un elettorato a figura unitaria. Ciò appare nella caduta, tra il centro e la destra, della questione fascista.

La frattura tra i partiti democratici ed il Msi era stata sempre sentita come una frattura di principio, ma Berlusconi riuscì a suturare definitivamente quella frattura creando una forma politica, il centrodestra, che non era mai esistita nei giorni della Repubblica. Del resto, nel '94 Berlusconi era riuscito ad inserire nella sua maggioranza la Lega Nord, un'altra posizione che era critica dell'assetto istituzionale.Tutti questi fatti indicano che erano proprio l'assunzione di un ruolo al di sopra delle istituzioni da parte della procura di Milano e, al tempo stesso, la sua evidente connessione politica con i comunisti, che avevano creato il fondamento politico di un nuovo schieramento che nasceva come risposta all’eliminazione delle forze democratiche. E così le iniziative della procura milanese contro Berlusconi finivano per mettere in luce proprio il leader milanese come leader alternativo. La selezione dell'obiettivo era evidente: mentre la guerra ai partiti di democrazia occidentale si esauriva e si placava nell’esecuzione politica di Bettino Craxi, la lotta contro la Fininvest si intensificava sino a divenire un elemento centrale della lotta politica.

L'avversario ultimo delle procure non era Berlusconi, ma quel popolo che, legittimandolo, delegittimava l'opera della procura. La procura milanese accusava Berlusconi di essere il centro della corruzione in Italia, la procura palermitana lo accusava di essere mafioso: e gli elettori continuavano a votare Berlusconi. La democrazia sconfessava le procure e ne contestava il diritto, che il parlamento non aveva contestato, di essere il primo potere in Italia, quello che giudicava tutti gli altri. E ciò nonostante il fatto che il democristiano Scalfaro sposasse, con una partigianeria sconosciuta negli anni della Repubblica (nemmeno nel caso di presidenti così politicamente schierati come Giovanni Gronchi ed Antonio Segni), la tesi della magistratura e dei comunisti. La delegittimazione finiva così per investire la presidenza della Repubblica, divenuta la camera di risonanza delle procure e dei comunisti. Si era creata in questo modo una frattura tra la democrazia e le istituzioni dello Stato. Il conflitto era sempre tra la lettura che i moderati facevano della crisi di Tangentopoli e quella sostenuta dal Quirinale e dai magistrati. Questa volta il centrodestra non nasceva in funzione ostile alla libertà come critica della democrazia, e nemmeno come espressione di strati sociali alti, quindi con un connotato di classe, ma come espressione di forze popolari, della democrazia, in conflitto con le istituzioni segnate dal colpo di Stato.




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Commenti (3)
1. 14-05-2011 08:26
salute e lunga vita.....al popolo italia
Salute e lunga vita al popolo italiano,il popolo della vera liberta' e non il marciume ipocrita dell'Unita'!
Scritto da alessandro
2. 16-05-2011 11:33
salute e lunga vita.....al popolo italia
si riconferma la proverbiale actezza e lungimiranza dell'analisi politica del grande, stimato Ganni bAGET bOZZ
Scritto da RENZOCADAMURO
3. 19-05-2011 13:56
Don Gianni aiutaci ancora
La lucidità dell'analisi mi trova completamente d'accordo. Vorrei mettere l'accento sul peso che ha avuto su una parte della magistratura inquirente la furbesca posizione del PCI che anzichè fare i conti con le ragioni della sua sconfitta ha preferito far credere che tutto sia derivato dagli errori della classe dirigente sovietica e dalla sua progressiva corruzione non sufficientemente contrastata. Questo non sarebbe potuto capitare al partito di Enrico Berlinguer che come sappiamo era il partito dalle mani pulite e alla sua integerrima dirigenza per cui i concetti e le idee del comunismo sono validi vanno solo applicati con ferrea disciplina. Taluni magistrati inquirenti fanno discendere da questo assunto la pretesa di arrogarsi il diritto di porre sotto tutela la politica e assumere il ruolo di supremi custodi della pubblica moralità senza alcun conntrollo della propria ed in virtù di un pubblico concorso senza riguardo per a sovranità popolare.
Scritto da Angelo da Roma

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