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Numero 476
del 22/05/2012
Pakistan: alleato dell'Occidente? PDF Stampa E-mail
! di Ylenia Citino
citino@ragionpolitica.it
  
lunedì 16 maggio 2011

pakistan-100.jpgSono due le principali circostanze che inducono a dubitare della serenità delle relazioni diplomatiche fra Stati Uniti e Pakistan. Da giorni, Yousuf Raza Gilani e Barack Obama fanno a gara nel promettersi reciproca fiducia e ferma collaborazione. Il primo metterebbe a disposizione tutta la sua intelligence in vista dei futuri sviluppi. Il secondo promette, invece, aiuti economici per la transizione alla democrazia. Il resto, sono solo piccole schermaglie, ma l'alleanza tiene. Il matrimonio è solido, proprio adesso che hanno estirpato il male maggiore. Morto Osama, ci sarà una nuova special relationship. Uniti contro il terrore.

Gatta ci cova, però. E i dietrologi che accusano il Pakistan di complottismo potrebbero improvvisamente trovarsi ad avere ragione. Ce lo siamo chiesti un po' tutti: come mai i potenti servizi segreti pachistani non sono mai riusciti a scovare il segreto compound durante questo lungo settennio? La città di Abbottabad non è certo assimilabile alla landa desolata di Tora Bora, quel labirinto roccioso fra il confine pachistano-afghano in cui gli americani immaginavano si rifugiasse Bin Laden. È piuttosto uno dei maggiori centri urbani della regione, economicamente florido ma con la piaga del traffico. Nel vicinato, l'edificio di tre piani in cui risiedeva lo sceicco di Al Qaeda non passava di certo inosservato. È persino visibile dai satelliti di Google Maps. Inoltre, per dirne una, durante il fulmineo raid un passante, tale Sohaib Athar, avrebbe fatto la cronaca live dell'evento su Twitter.

Verrebbe quasi il sospetto che la condizione e il luogo di latitanza del most «wanted terrorist» non fosse così segreto. Pensiamo agli approvvigionamenti giornalieri di cibo e alimenti. Sicuramente c'era qualcuno che doveva entrare e uscire dall'edificio senza dare nell'occhio. Per sfamare sceicco, mogli, figli e guardie nere. Ma come giustificare la presenza di cecchini, impegnati a far la guardia 24 ore su 24, percorrendo il perimetro della casa coi fucili spiegati?

I contatti sospetti dei servizi segreti pachistani con alcuni militanti combattenti aggiungono fumo alla cortina che impedisce di vederci chiaro. Ma il puzzle si infittisce con un altro tassello interessante: sono pressanti le richieste di Islamabad per studiare i resti del chopper americano rovinato sul suolo pachistano durante il blitz. L'aereo, segretamente modificato per essere invisibile ai radar, conterrebbe una serie di tecnologie militari la cui conoscenza potrebbe avvantaggiare chi riesca ad avvicinarsi per studiarle. Come la Cina, ad esempio, che sta trattando con il Pakistan per poter dare una sbirciatina. E non sarebbe la prima volta che i cinesi si avvantaggiano dalla sfortuna americana. Con il Blackhawke modificato, del valore di 60 milioni di dollari, la Cina riuscirebbe a fare quello che è abituata a fare normalmente nel settore della moda, del design o dell'industria alimentare: copiare. La Jamestown Foundation è arrivata ad ipotizzare che, se riuscissero nei loro intenti, i cinesi potrebbero giungere a sfidare la superiorità americana nei cieli.

I Navy Seals avevano provato a distruggere l'aereo durante l'operazione Geronimo, ma una parte della coda è rimasta intatta. Ragion per cui il velivolo potrebbe essere un nuovo banco di prova della lealtà pachistana agli Stati Uniti. I primi, infatti, potrebbero benissimo essere interessati a «vendere» il rottame a Pechino, in cambio di un maggiore impegno economico del gigante asiatico nella regione. Se gli americani hanno già inoltrato richiesta di restituzione dell'elicottero, parecchi ufficiali dei Marines non dubitano che i cinesi possano avere già dato un'occhiata ai resti, grazie alla permissività pachistana. Ma a quel punto, non avrebbero di che lamentarsi, visto che la principale doglianza di Gilani verte sulla palese violazione della sovranità territoriale, compiuta dai Navy Seals per condurre il blitz.




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