Il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma, nel corso dell’audizione tenuta presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, ha affermato che «In Italia la laurea non paga. I nostri laureati lavorano meno di chi ha un diploma, meno dei laureati degli altri Paesi europei, e con il passare del tempo questa situazione è pure peggiorata».I dati. In Italia lavora il 66,9% dei laureati dai 25 ai 34 anni, contro una media europea dell’84%, (87,1% in Francia, 88% in Germania, 88,5% nel Regno Unito). Al contrario di quello che accade negli altri Paesi europei, il tasso di occupazione tra i laureati italiani in quella fascia di età è più basso di quello dei diplomati (69,5%).
Non solo. I giovani italiani non hanno ancora conseguito adeguati livelli d’istruzione e tra quelli che vengono definiti i ‘middle young’ (25-34 anni), quando normalmente il ciclo educativo dovrebbe essere compiuto, il 29% ha concluso solo la scuola secondaria inferiore, contro il 16% di Francia e Regno Unito e il 14% della Germania. I laureati registrano i valori più bassi rispetto agli altri grandi Paesi europei: il 20,7% a fronte di una media europea del 33%, del 40,7% del Regno Unito e del 42,9% della Francia. Altri dati negativi. Non solo abbiamo meno laureati rispetto agli altri paesi europei, ma questi pochi entrano tardi e male nel mondo del lavoro.Dati i tempi prolungati dei diversi cicli formativi, l’ingresso nella vita lavorativa per i giovani italiani è ritardato rispetto agli altri partner europei. Fra i più giovani (i cosiddetti ‘young young’: 15-24 anni) il 60,4% risulta ancora in formazione, rispetto al 53,5% della media dell’Ue, il 45,1% della Germania e il 39,1% del Regno Unito. Gli occupati sono il 20,5% rispetto al 34,1% della media europea, il 46,2% della Germania e il 47,6% del Regno Unito.
L’altra grande anomalia italiana è rappresentata dai giovani che non mostrano interesse né nello studio, né nel lavoro: in Italia sono l’11,2% rispetto al 3,4% della media europea.I dati sono veramente preoccupanti. Secondo la Salary Guide 2011, una ricerca condotta dalla Hays, società che è tra i leader mondiali nel reclutamento di professionalità manageriali, che ha coinvolto centinaia di aziende e migliaia di professionisti con l’obiettivo di indagare sul mercato del lavoro e sulle problematiche nuove o consolidate che lo affliggono, in Italia la laurea e in generale il titolo di studio contano davvero poco per le aziende rispetto all’esperienza di lavoro (in pratica solo nel 10% dei casi), mentre ben il 70% degli intervistati si dice pronto a emigrare all’estero per trovare una buona occupazione.
I numeri parlano chiaro: abbiamo pochi laureati rispetto agli altri paesi europei e questi pochi entrano anche tardi nel mondo del lavoro a causa dei lunghi cicli formativi. Nel nostro mercato i datori di lavoro preferiscono assumere un giovane diplomato invece che dei pari età laureati e l’esperienza conta più del titolo. La fuga all’estero è la scelta quasi obbligata per i giovani neo-laureati italiani che non riescono a trovare uno sbocco lavorativo? Davvero il nostro mercato del lavoro non riesce a offrire posti di qualità? E perché il nostro sistema dell’istruzione e della formazione, lungo e farraginoso, non riesce a ridurre al minimo il disallineamento tra offerta e domanda nel mercato del lavoro per quanto riguarda i posti disponibili vacanti per mancanza di adeguate professionalità?Queste domande hanno urgentemente bisogno di una risposta chiara e precisa non solo da parte del governo, che certo non ha la bacchetta magica e si è mosso con la riforma dell’università e altri interventi per stimolare il mercato in un periodo di crisi, ma anche dal mondo dell’istruzione, della formazione, delle imprese e delle professioni. Un mercato del lavoro funziona se girano tutti gli ingranaggi e se ognuno degli attori coinvolti fa bene il proprio dovere.
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