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Numero 476
del 22/05/2012
Dal G8 un forte sostegno economico alla primavera araba PDF Stampa E-mail
! di Federica Confalone
confalone@ragionpolitica.it
  
venerdì 27 maggio 2011

g8-deauville.jpgSi è svolto a Deauville il G8, che ha avuto come tema principale la «primavera araba». Da quando sono iniziate le rivoluzioni che hanno visto coinvolti numerosi Paesi del mondo arabo, l'economia degli stessi è drasticamente crollata. Gli scontri continuano, ardua è la ricostruzione e ancor più problematica l'instaurazione di governi democratici.

Tuttavia i leader dei maggiori Paesi industrializzati si sono attivati per contribuire, ognuno in base alle proprie possibilità, alla nascita di nuove democrazie e alla creazione di una nuova pagina della storia. Per tali ragioni al summit il Presidente americano Obama ha annunciato che invierà 1,5 miliardi di dollari, che si vanno a sommare ai 3 miliardi di dollari messi a disposizione dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, a favore in particolar modo di Egitto e Tunisia, i Paesi che maggiormente si sono stabilizzati a seguito della caduta dei regimi dittatoriali per favorirne, dunque, la transazione democratica.

Decisione, questa, appoggiata da tutti i rappresentanti dei Paesi membri del G8, i quali hanno annunciato, tra le altre iniziative, la predisposizione, in tempi rapidi, di numerosi posti di lavoro, oltre ad aiuti, economici, come si è detto, e politici. Inoltre, i «Grandi» del pianeta hanno deliberato la creazione di un fondo ad hoc, che verrà definitivamente istituito a fine anno, da destinare al Mena, l'acronimo del Fmi per Middle East North Africa. Non sono ancora certe le cifre che dovrebbero interessare questo fondo, si parla comunque di parecchi milioni di dollari che sicuramente contribuirebbero, in modo concreto, alla ricostruzione dei Paesi rivoltosi.

Ma perchè è così importante il piano di sostegno messo a punto dai maggiori Paesi industrializzati e che ha come fulcro così ingenti finanziamenti? Una ragione può certamente rinvenirsi nel fatto che l'economia dei Paesi che da mesi lottano per l'instaurazione di un regime democratico a tutt'oggi è ai livelli più bassi della storia e difficilmente senza il sostegno economico dell'Occidente potrebbe risollevarsi. Ciò, inoltre, gioverebbe alla stessa economia mondiale.

La seconda motivazione è lampante: un Paese democratico non può costruirsi con la cenere. Affinchè si possa parlare di democrazia è necessario che vengano ripristinate le condizioni di un popolo civile, vengano ricostruite le sedi delle maggiori istituzioni che sono crollate sotto i bombardamenti, ma soprattutto che vengano creati nuovi posti di lavoro, tassello a partire dal quale si può restituire la dignità ad una popolazione dilaniata da secoli di storia sanguinaria. Per fare questo, ovviamente, occorrono milioni di dollari.

Tuttavia, la ragione più importante, probabilmente, per cui è stato messo a punto tale piano di finanziamenti, è anche quella di dare una spallata ad Al Qaeda. L'organizzazione terroristica per eccellenza ha sempre fatto leva, tra l'altro, sulla povertà della popolazione, sul loro stato di bisogno, sulla mancanza di prospettive per i giovani e sull'apparente indifferenza del mondo occidentale, per fare del proselitismo una delle sue armi vincenti. Quest'attenzione dell'Occidente per tali rivoluzioni, dunque, ha ragione d'essere così «ossessiva», perchè solo intervenendo tempestivamente e in modo concreto si può posizionare il primo mattone che porterà ad una ricostruzione, si spera non troppo lontana, di nuove democrazie, lontane dall'egida di Al Qaeda.




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