Gilbert Keith Chesterton non fu solo il brillante autore di romanzi, poesie e racconti altamente stimato da colleghi a lui posteriori e molto differenti fra loro, come Tolkien, Hemingway, Borges. Non meno significativa è tutta la sua produzione saggistica. Scrisse infatti brillanti critiche letterarie, libelli polemici contro le storture della modernità e veri e propri gioielli di apologetica cristiana (al punto che papa Pio XI lo benedì come «defensor Fidei»). Tutti questi aspetti del Chesterton saggista sono presenti nel volume antologico L’uomo comune. Un elogio del buon senso e della tradizione, da poco tradotto e pubblicato dall’editrice Lindau. L’edizione originale uscì postuma nel 1950, ma la raccolta ha una certa organicità, nonostante la varietà degli argomenti trattati. In tutti gli articoli raccolti, in effetti, affiora la tesi rivendicata esplicitamente nel saggio che dà il titolo al libro: «l’emancipazione moderna si è rivelata una nuova persecuzione dell’uomo comune… l’unica cosa che ha vietato è il senso comune».
E’ soprattutto contro il progresso, contro la sua idolatria celebrata dalle élite a danno delle masse, che Chesterton si scaglia. Contro un mondo che si pretende emancipato al punto da potersi sbarazzare della Tradizione e della legge naturale. Il mondo moderno ha infatti «incoraggiato chiunque avesse qualcosa da dire contro Dio, se veniva detto con accento borioso e sprezzante, ma scoraggiato chiunque avesse qualcosa da dire a favore dell’Uomo, nelle sue relazioni comuni con la collettività e la maternità e nei suoi normali appetiti naturali». Come contraffazione del cristianesimo, il progresso denunciato da Chesterton «ha una sua angiologia, un suo martirologio, un suo insieme di leggende miracolose»; per lo più false. La più famosa? «La fantasia secondo la quale la persona giovane e progressista sarebbe sempre martirizzata da quella vecchia e ordinaria». Parole attualissime, perfetto controtempo a tutta la retorica così coccolata a casa nostra del «largo ai giovani» come panacea per ogni male. E poiché c’è una destra che si vuole assolutamente moderna e pretende di tirar fuori il Futurismo dai musei, è istruttivo leggere ciò che ne scrisse Chesterton: «Ritengo innanzitutto che il Futurismo non abbia futuro. Continua ad avere un presente molto vivace e interessante. A dire il vero, ha già un passato pittoresco e romantico». La polemica coinvolge gli «intellettuali» che disprezzavano (ed oggi ancor più) le «persone che avevano bei ricordi, belle tradizioni, belle storie, belle canzoni e belle immagini di vetro, oro o pietra incisa, e che pertanto avevano meno bisogno di libri».
Anche gli architetti nichilisti, le archistar dei nostri giorni che sacrificano utilità ed estetica classica per sfogare la loro creatività sono messi sotto accusa: «il vandalismo è di due specie, negativo e positivo: quello dei vandali del mondo antico, che distruggevano edifici, e quello dei vandali del mondo moderno, che li costruiscono». Meno male che esiste le grande letteratura, quella che «impedisce all’uomo di essere soltanto moderno» e condannarsi così «alla più profonda meschinità». E Chesterton fa grande letteratura anche scrivendo brevi saggi su Shakespeare, sul racconto poliziesco («ha una profonda qualità in comune con il cristianesimo: in ogni giallo che si rispetti gli ultimi saranno i primi»), Dickens, Tolstoj e sul «santo poeta» Francesco d’Assisi.
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