Il popolo si è espresso ed in molti centri urbani la sinistra ha avuto la meglio nei ballottaggi. Le città più esplicative della portata di tale esito sono Milano, Napoli e Cagliari, in cui gli elettori, esprimendosi anche attraverso il non voto, hanno incoronato i leaders della protesta, della politica che scaturisce da approcci onorici della realtà: Pisapia, De Magistris e Zedda sono, da oggi, i nuovi sindaci. In democrazia la maggioranza vince ed ha il diritto di amministrare in base alla propria proposta politica. Vedremo, d'ora innanzi, se gli abili dispensatori di sogni sapranno unire le parole ai fatti, senza trasformare la sostanza di questi due sostantivi in un drammatico ossimoro per le sorti dei loro cittadini.
Ma l’Italia ha veramente virato a sinistra? Se fosse così potremmo affermare che l’elettorato moderato, che è sempre stato maggioranza nel nostro Paese, si sia convertito alle sirene del multiculturalismo e del sincretismo che mischia le religioni, culla delle culture del mondo, cedendo il primato della politica alla mercé del sindaco magistrato, commissario ad acta dell’antipoliticismo e del giustizialismo o dei nuovi Che Guevara in salsa postmoderna. Questo, se permettete, lo lasciamo credere a coloro che oggi parlano di un vento di novità che soffia da sinistra, poiché se una cosa ci ha insegnato la storia del Novecento è che la politica che ha la pretesa di cambiare la realtà contingente secondo una cultura astratta o, peggio ancora, che fa leva sull’antagonismo per rivoluzionare il «sistema» spesso genera mostri e fallisce. In realtà ciò che accaduto è forse più banale rispetto a quanto dichiarano gli entusiasti barbudos e gli ipocriti democrats.
Le ragioni della sconfitta del centrodestra hanno, come punto sorgivo, gli effetti della crisi economica globale. E’ un dato di fatto che ogni Paese ha registrato: dall’elezioni di mid term rovinosamente perdute da Obama alla sconfitte locali di Sarkozy, della Merkel e di Zapatero negli Stati democratici e occidentali sino alle rivoluzioni nord africane che hanno fatto crollare dittature.
Il Governo italiano, figlio di una maggioranza politica che è nata con l’intento di sanare le piaghe del nostro Paese in ambito economico, giudiziario e sociale, si è trovato stretto nella morsa di una gestione rigida dei conti e l’attacco extrapolitico di un’opposizione che in Parlamento era ventriloqua dei dettami antiberlusconiani del teatro mediatico-giudiziario. In questo contesto l’azione riformatrice è stata spesso drogata da un dibattito politico che ha distolto l’attenzione dai veri bisogni degli italiani, frenata dalla necessità di risolvere crisi parlamentari dettate dalle ambizioni personalistiche di Fini e compagni.
La carica generativa del centrodestra, propria di un governo liberale e riformatore, ha scontato, anche, l’opposizione dei poteri conservatori dello status quo della società, che pur di di evitare ogni riforma del sistema hanno votato a sinistra non per cuore, ma per convenienza.
Ma se il Pdl e la Lega Nord si leccano le ferite il Pd non dovrebbe più di tanto festeggiare. Ciò che si evince da queste elezioni e che il maggior partito di opposizione può affermarsi solo se abdica alla cultura dell’antaganosimo: questo aspetto fa emergere come, ad oggi, non vi sia di certo un’alternativa di governo, ma rappresenta un segnale inquietanete per il Pd, che indica come Nichi Vendola sarà in grado di lanciare un’opa sulla candidatura a premier di sinistra in occasione delle prossime politiche. L’emersione della sinistra radicale, infatti, è dovuta all’aver intercettato la protesta che è stata la conseguenza delle vicissitudini politiche del nostro Paese ed è destinata a fagocitare il Partito democratico se esso non smetterà di assecondare queste pulsioni oltranziste diventando generativo di un modello di governo.
Ma qui sta il dilemma: qual’è il progetto di governo per il Paese del Pd? Nessuno può ancora saperlo, l’unico ricordo in merito è la fallimentare Unione di Prodi con Rifondazione Comunista di Bertinotti. La realtà, quindi, è che non esiste ancora una proposta di governo dell’Italia alternativa al centrodestra di Silvio Berlusconi. I naviganti nel panorama politico italiano sono avvisati, coloro che hanno spolverato l’abito nero per il funerale del cosiddetto «berlusconismo» siano consci che la spinta generativa e riformista dell’azione politica del centrodestra non si è esaurita, soprattuto se saprà trasformare gli errori in possibilità di rivincita. Se prima, infatti, l’opposizione politica si era annullata nel linguaggio antiberlusconiano, da ora in avanti ci penseranno le amministrazioni di Piasapia e De Magistris a riempirla di contenuto. Volente o nolente il Pd, accettando le loro candidature, si è legato ad un preciso modello velleitario di governo ed imprinting culturale che dal multiculturalismo al libertarismo dei diritti civili, all’ideologismo della green economy certificano ciò che un tempo Del Noce presagì per le sorti del Pci, ossia di trasformarsi in un partito radicale di massa, pur sempre statalista ed ora arricchito anche da rigurgiti giustizialisti. Il centrodestra, quindi, dovrà misurarsi con una sinistra il cui relativismo culturale può insinuarsi oltre gli steccati politici che hanno tradizionalmente delimitato la destra dalla sinistra, avendo constatato che anche l’improbabile manifestazione di vittoria di bandiere rosse in Piazza Duomo al giorno d’oggi non è più impossibile.
L'imperativo, da parte del Governo, sarà quello di continuare sulla strada delle riforme, sfidando anche l’inefficienza politica dell’Europa, privilegiando il concetto di squadra oltre ogni personalismo, Fini docet. In questi due anni rimasti di legislatura il centrodestra ha la possibilità di bissare il successo nelle prossime elezioni se l'Esecutivo saprà portare avanti la propria azione di governo con una sempre maggiore spinta propulsiva (soprattutto in campo economico e fiscale), attraverso una motivazione ed una tensione in cui la speculazione sui problemi della realtà e l'elaborazione delle ricette politiche utili a risolverli non lascerà il passo alla disputa di una classe dirigente che pensi di trasformare il Pdl in un santuario della politica, distratto dai riti della vecchia politica. Attenzione: l’antipolitica, oggi, è viva più che mai, perché si alimenta dalle crisi economiche e sociali globali, e la protesta rischia di riportarci molti anni indietro se non si saprà indirizzarla in una prospettiva democratica e liberale, come Silvio Berlusconi ha saputo fare a partire dalla sua discesa in campo.
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