Otto miliardi di euro all'anno. Questa è la cifra che paghiamo alla Francia per importare l'energia necessaria a garantire il funzionamento del nostro sistema-paese. Energia in larghissima misura prodotta da centrali nucleari da cui ci separa solo la barriera alpina. Coerenza vorrebbe che, in caso di vittoria del «si» al referendum, venga arrestata questa spaventosa emorragia: se il popolo italiano pretende un paese denuclearizzato, così sia, ma fino in fondo e senza sconti. Il fatto che tale scelta improntata alla coerenza comporti automaticamente la somministrazione contingentata dell'elettricità, come accadeva nei paesi del socialismo reale, è un semplice effetto collaterale che non può e non deve sminuire la bontà dell'idea. Il fatto che in malaugurato caso di incidente al reattore in Francia il nostro paese sia il primo a patire gli effetti di eventuali fughe radioattive è assolutamente ininfluente o comunque marginale rispetto alla prospettiva generale e complessiva della denuclearizzazione senza se e senza ma. Sempre in virtù della coerenza adamantina coniugata al «principio di precauzione» è inoltre necessario lo smantellamento di tutti gli impianti radiologici nonché delle pericolosissime «bombe al cobalto» utilizzate per la radioterapia oncologica. Per non parlare dei pericolosissimi isotopi, come lo iodio 131, utilizzati per le scintigrafie ossee.
Altro che «referendum»: qui ci vuole una palingenesi sistematica e brutale! Siamo circondati da letali emettitori di particelle alfa e di raggi Roentgen. Per non parlare dei ben più subdoli generatori di onde elettromagnetiche come i cellulari, i forni a microonde, le macchine per risonanza magnetica e, perché no, pure gli ecografi, che saranno pure basati sul principio della piezoelettricità, ma nel mucchio ci stanno bene anche loro.
Bene: quali risultati produrrebbe una salutare palingenesi di questo tipo? Non serve simulare al computer scenari con milioni di variabili, finanziare progetti di ricerca, costituire commissioni e sottocommissioni di esperti per valutare i dati. Basta tornare con la memoria a qualche anno fa, quando la caduta di un paio di alberi spezzò i cavi di una linea elettrica tra Italia e Svizzera: sedici ore di blackout totale nel Nord Ovest, trasporti bloccati, banche bloccate, distributori di benzina bloccati, ospedali costretti ad attivare i gruppi elettrogeni (quelli che ne avevano uno funzionante...), linee telefoniche interrotte, celle per la comunicazione mobile inerti, «inesplicabile» picco nei furti in appartamento e delle rapine in strada (il crimine non dorme mai...), illuminazione stradale e autostradale fuori uso, negozi chiusi.
Ora, che l'effetto Fukushima sia tangibile e, in una qualche misura, comprensibile è un dato di fatto. Che a questo si sommi il terrorismo «gentile» di quanti prospettano sui media l'inevitabile verificarsi di 10, 100, 1000 Chernobyl sul suolo italico è un altro dato di fatto. Che il costo dell'elettricità in Italia sia così elevato da individuare con nettezza la linea di cesura tra «sopravvivenza» e «fallimento» per tante realtà imprenditoriali, soprattutto in tempo di crisi, è un altro dato di fatto. L'unico di cui, sull'onda dell'emotività, non si tiene conto, salvo poi pretendere che tutto il sistema funzioni nonostante scelte politiche che, in sostanza, si rivelano demolitive e miopi.
Ma il meccanismo referendario, nel bene o nel male, proprio così funziona: chiama i cittadini a pronunciarsi su scelte programmatiche di carattere tecnico (tecnico-scientifico, tecnico-giuridico, tecnico-economico) sulla base dell'emotività pura e semplice, in totale assenza di una solida base conoscitiva, culturale, empirica.
Quest'ultimo residuo di democrazia diretta presente nel nostro sistema costituzionale incarna in maniera esemplare un principio proprio degli ex paesi socialisti: la prevalenza della teoria sulla pratica. Una «teoria», per capirci, sprovvista peraltro di qualsivoglia fondamento razionale e reale (nel senso di legato alla «res», alla «cosa», e quindi aderente alla «Realtà»), ma ispirata esclusivamente dall'ideologia, la quale per questioni e motivazioni a volte poco confessabili e, in ogni caso, sempre slegate dall'effettivo oggetto referendario, cavalca senza posa l'onda emotiva popolare al fine di conseguire un risultato meramente politico.
Con questo, la volontà popolare è sempre e comunque sacra: ciò che si auspica è, semplicemente, che tale volontà non sia strumentalizzata e sottomessa ad un diktat ideologico, ma che venga esercitata in piena coscienza e cognizione. Una «volontà» responsabile, quindi.
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