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Numero 476
del 22/05/2012
La «primavera araba»? Un miraggio PDF Stampa E-mail
! di Marco Respinti
respinti@ragionpolitica.it
  
mercoledì 08 giugno 2011

siria-proteste-100.jpgCome si fa a non percepire l'abissale differenza che corre fra le formule magiche che pronunciamo con ritualismi più che stanchi e la stridente realtà delle cose che la cronaca ci sbatte quotidianamente sul viso? «Primavera araba» è uno di quei mantra a orologeria che commentatori, opinionisti, uomini politici e giornalisti sfoderano con disinvoltura ogni qual vota sì dà loro il via, ma non ne esiste traccia nel mondo concreto.

Libia, Siria e Yemen lo dimostrano in modo più che palese. Si tratta di tre Paesi altamente emblematici. Rappresentano perfettamente le diverse aree in cui si articola il mondo cosiddetto arabo, cioè quello dei Paesi le cui popolazioni sono a maggioranza musulmana comportando, da tempo, una forte arabizzazione della cultura e dei costumi: il settore nordafricano maghrebino, il settore penisulare arabico (quello arabo vero nomine) e il settore mediorientale. Tre luoghi diversi e simili, in cui ampia parte in causa sono ‒ diverse e simili ‒ le logiche tribali, le disfide confessionali, il dissidio atavico fra minoranze che governano maggioranze.

In Libia, la rivoluzione con cui nel 1969 il colonnello Muhammar Gheddafi prese il potere fu l'imposizione in modo demiurgico al Paese di un regime nazional-socialistico-islamico capace di costringere con la forza all'accordo le tribù e i potenti locali storicamente fra loro divisi e in lotta; e la ribellione in atto nel Paese nordafricano da alcuni mesi è il palese segno che quell'accordo è in qualche misura - ampia - saltato, riproponendo l'antico ordine sparso dell'anarchia socio-politica tribale ma con tutta evidenza anche la contrapposizione fra logiche claniche irriducibilmente miranti al potere.

In Siria, la minoranza alawita di obbedienza sciita tiranneggia da sempre la maggioranza sunnita della popolazione in un contesto di grande ambiguità storica del regime nei confronti del terrorismo; e nello Yemen, dove sciiti e sunniti sono divisi quasi equamente a metà, il regime sciita è inviso a settori enormi della popolazione e sul fuoco soffiano i tassi astronomici di disoccupazione, il secessionismo del Sud, quel che rimane di un'antica e allora forte componente comunista e lo spettro nero di al-Q ai'da. Su Libia e Siria pende pure l'incognita dell'atomica segreta, cioè dei segreti dell'atomica messi a disposizione (e non solo a quei due Paesi) dall'unica potenza nucleare islamica, il Pakistan, a cui Tripoli peraltro rinunciò pubblicamente tempo fa, ma Damasco invece ‒ legatissima a Teheran, altro Paese altamente problematico e avido di tecnologia atomica ‒ no.

Tre bubboni, cioè: uno più ambiguo dell'altro, uno più instabile del precedente, uno più inquietante degli altri messi assieme. È così da tempo, ma l'Occidente si è limitato al massimo a prenderne atto: nella fattispecie della Libia ha ritenuto che la «conversione» della Libia (e l'abbandono palese del terrorismo «vecchio stampo») tornasse più comoda di ogni ritorsione; in Siria ha ingoiato bocconi amari pur di guadagnarsene l'appoggio (sempre altamente, ancora una volta, ambiguo) a suo tempo contro l'Iraq poi contro al-Qai'da; e dello Yemen se n'è sempre infischiato perché marginale rispetto agli scenari geopolitici che contano.

Ora, questi tre casi di scuola cadono a fagiolo per dimostrare che una rondine non fa mai primavera, nemmeno araba. In Libia, infatti, si è scelto allegramente di andare alla guerra in nome di presunti diritti umani, mentre invece nelle Siria e nello Yemen delle piazze quotidianamente insanguinate no. Come se i diritti umani di siriani e yemeniti massacrati ogni giorno per le strade valessero meno di quelli delle tribù cirenaiche che stanno facendo la forca al loro raìs impadronendosi di strategiche fonti di energia.

La «primavera araba» però non esiste anzitutto perché nulla nel mondo nordafricano e mediorientale sta spazzando via i vecchi regimi non democratici e impopolari, perché nessuno sa quali siano i motivi giusti per appoggiare una fazione o l'altra ‒ anche perché, quando si analizza un poco più freddamente la situazione, come per esempio in Libia, ci si accorge di aver preso cantonate enormi ‒, perché nessuno sa se davvero i rivoltosi siano sempre e comunque migliori dei governi contro cui si scagliano, perché la retorica sulla democrazia che avanza di cui ci si riempie volentieri la bocca nei salotti buoni della tivù soprattutto italiana in una gara stucchevole a chi è più progressista dell'altro è perfettamente sconociuta in quelle regioni del mondo dove ci si accapiglia e ammazza per ben altri motivi, e tutti e sempre uno diverso dall'altro, o quantomeno intrisi e molto di connotazioni locali impossibili da ricondurre a un disegno globale.

Ci siamo spellati le mani per applaudire al cambio di regime in Tunisia; abbiamo detto che l'abbattimento del governo egiziano ne era il figlio primogenito e virtuoso; e abbiamo annunciato al mondo l'effetto mosaico che avrebbe cambiato la faccia al mondo in una riedizione macroscopica del crollo del Muro di Berlino. Ma di tutto questo non vi è nemmeno l'ombra.

Della Tunisia nessuno parla più. Nell'Egitto in cui l'unica priorità era cacciare Hosni Mubarak i militari sono saliti al potere amministrando una perfetta continuità, il referendum sulla costituzione ha dato via libera alla shari'a e i cristiani copti vengono allegramente massacrati come prima e più di prima. Di Oman, Arabia Saudita, Giordania, paesi che pure nei primi mesi dell'anno avevano fatto registrare rivolte di piazza, nessuno sa più nulla. Nello strategico Bahrain i rivoltosi non li fila nessuno perché per tutti, potenze regionali e non, è assai più conveniente appoggiare il governo, e lo stesso pare proprio avvenire nei citati Yemen e Siria. Solo la Libia è, per il peloso umanitarismo di certo Occidente, una «terra irredenta» da riscattare a colpi di commesse petrolifere.

L'effetto mosaico non c'è stato, il contagio nemmeno. La democrazia in quegli angoli del mondo latita e in realtà non la vuole nessuno. L'islam impera, l'islamismo minaccia. Frotte enormi di profughi si riversano verso le coste nord del Mediterraneo e molti di loro ci lasciano disgraziatamente la pelle. Per cosa? Dove sono la libertà, lo sviluppo, l'emancipazione di quei luoghi dimenticati dal dio del progressismo? Non esistono. La «primavera araba»? Un miraggio. In un deserto sconsolante.




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Commenti (1)
1. 11-06-2011 20:54
primavera araba, ma dove
ho cominciato a non farmi illusioni riguardo la primavera araba quando ha sentitgo che le donne che partecipavano alle rivolte sono state obbligate ad abbandonare le piazze dai loro colleghi maschi. in mondo arabo non potrà mai essere democratico. La democrazia è qualcosa in cui non credono.
Scritto da nicolo'

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