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Numero 476
del 22/05/2012
Si apre la nuova sfida del Fisco PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
aurora@ragionpolitica.it
  
giovedì 09 giugno 2011

fisco-riforma-100.jpgMentre in passato, prima che il mondo fosse investito dall'onda d'urto della globalizzazione, l'abilità dei governi europei di far fronte ai bisogni dei propri cittadini si misurava sulla loro capacità di agire senza dover fare i conti con parametri stringenti nella gestione delle risorse pubbliche (si tendeva ad aggirare i periodi di crisi attraverso politiche espansive e di svalutazione del cambio), con l'avvento della mondializzazione e di un'economia sempre più interconnessa i singoli Stati comunitari, con gli accordi di Maastricht, hanno dovuto rinunciare a gran parte della loro libertà di manovra e adattarsi a nuove logiche di politica economica fondate sul mantenimento di una politica di rigore del bilancio. Crescere smodatamente facendo leva sul debito, come hanno fatto ad esempio gli Stati Uniti sino allo scoppio della crisi, abituati a fare investimenti per lungo tempo eccedenti il proprio risparmio e ad una spesa pubblica superiore alla tassazione (una situazione che ha reso gli States dipendenti dalla Cina), ora è una scelta difficilmente sostenibile.

E così oggi accade che le scelte miopi del passato si stiano ripercuotendo, inevitabilmente, sui leaders e sulle formazioni politiche che sino ad ora sono state e sono alla guida dei rispettivi Paesi. Dalla Germania alla Francia, passando per la il Portogallo, la Spagna e gli Usa i segnali di debacle o di crisi di consenso delle compagini al governo non potevano che essere prevedibili. Anche in Italia, che sino ad ora non era ancora stata investita da questa tendenza, passando indenne le elezioni europee del 2009 e quelle regionali del 2010, oggi si registrano avvisaglie simili a quelle di altri Paesi, seppur molto più contenute.

Ogni paese, d'ora innanzi, dovrà fare i conti con una sempre più ristretta libertà di manovra a livello economico e dovrà operare all'interno di un circuito sempre più ampio di concertazione. In Europa, come sappiamo, i singoli Stati membri sono chiamati a seguire una road map per rispettare l'imperativo del rigore e l'Italia, in questo senso, pare proprio sulla strada giusta: la Commissione Ue, pochi giorni or sono, ha giudicato credibile il piano di consolidamento dei nostri conti pubblici e ci ha raccomandato di proseguire con la massima determinazione sulla strada dell'azzeramento del deficit entro il 2014. Persino un settimanale anti-italiano come l'Economist ha riconosciuto a Tremonti la capacità di tenere il nostro Paese fuori dalla crisi e di rassicurare gli investitori in merito alla sostenibilità del nostro debito. D'altra parte, in questo contesto di congiuntura economica mondiale, non si può sottovalutare il fatto che l'Italia, sino ad ora, pur nella difficoltà è stata in grado di mantenere un debito privato tra i più bassi (quello della famiglie, a fine 2010, si aggirava intorno al 44,9% del Pil, a fronte di un 97,2% dell'Inghilterra e di un 116,3 degli Usa).

Consapevole della necessità di proseguire lungo la strada del rigore già intrapresa, che ci obbliga a conseguire l'obiettivo di un deficit vicino allo zero entro il 2014, il Governo si appresta a varare, entro la fine di giugno, una manovra che a regime sarà di circa 40 miliardi e che consterà di un intervento di «manutenzione» pari a circa 3 miliardi per quest'anno, e si andrà avanti con manovre dell'entità dello 0,7-0,8% di Pil (più o meno di 10-11 miliardi).

Il percorso che si appresta a fare il nostro Paese, come sottolineato dal ministro Tremonti, sarà «complesso ma certamente non drammatico». In pratica si agirà sulla riduzione spesa pubblica, che sarà favorita anche dall'attuazione del federalismo fiscale, il quale consentirà un consistente risparmio ottenuto grazie al passaggio dalla spesa storica ai costi standard nel settore sanità, che permetterà di accantonare risorse per 5-6 miliardi. 

Se confrontiamo la nostra situazione con quella di altri Paesi che magari crescono solo di qualche decimale in più di noi non possiamo non mettere in evidenza il fatto che il nostro sforzo dovrà essere decisamente più contenuto: la Gran Bretagna, ad esempio, secondo il piano 2010-2015 sarà costretta ad impiegare addirittura 111 milioni di sterline per riportare il proprio deficit al 3% del Pil, la Francia circa 54,8 miliardi di euro. In sostanza, mentre da noi la correzione dei conti tra il 2011 e il 2014 dovrà essere di circa il 2,3%, in Francia sarà del 4,9%, in Inghilterra dell'8% e in Germania del 5,2%. In Gran Bretagna, ad esempio, David Cameron ha stabilito un aumento dell'Iva dal 17,5% al 20% e un incremento dell'imposta sul capital gain dal 18 al 28%.

L'Italia, al contrario di altri paesi, non aumenterà il carico fiscale, anzi, il Governo, attraverso 4 tavoli di lavoro, sta mettendo a punto una riforma fiscale e tributaria che, pur non riducendo il rapporto tra gettito dei tributi e Pil (i cordoni della borsa non si possono aprire, come detto, per rispettare gli impegni con l'Ue), si propone di razionalizzarli, semplificando il sistema per orientarlo alla crescita.

Il Governo, come annunciato da Silvio Berlusconi, varerà la legge delega sul fisco prima di questa esta­te. Le proposte sul tappeto elaborate dai tavoli tecnici co­ordinati da Tremonti sono: la riduzione delle aliquote Irpef e Ires con sposta­mento della tassa­zione dalle perso­ne alle cose (con aumento dell'Iva), più attenzione a salvaguardare le esigenze di fa­mi­glie e piccole im­prese, velocizzare il processo di sburocratiz­zazione per le imprese e rendere meno invasiva l'Agenzia delle En­trate ed Equitalia. Non solo, i tavoli tecnici stanno lavorando per rimediare ad una insostenibile situazione tributaria e fiscale ereditata dal passato e che vede  l'Italia oppressa da un groviglio inenarrabile di deduzioni, detrazioni e agevolazioni fiscali: sono ben 470 fattispecie di bonus che valgono la bellezza di 142 miliardi di gettito e che il Governo intende «disboscare», anche perché vi sono casi in cui si creano, per i cittadini, situazioni davvero paradossali: accade infatti che, se ad esempio una famiglia guadagna 25 mila euro e ne spende 16 mila per mantenere due figli ha diritto ad un risparmio di imposte di mille euro, se invece quei soldi li donasse ad un partito politico ne risparmierebbe tremila invece di mille.

Non si può fare a meno di sottolineare, poi, come il Governo, in questi primi tre anni di legislatura, abbia operato concretamente per preparare un terreno fertile alla riforma fiscale e tributaria: in sostanza l'Esecutivo ha operato politiche ad essa propedeutiche facendo leva su quattro settori fondamentali quali la sanità, per la quale verrà reso operativo il meccanismo di responsabilità fondato sui costi standard, la previdenza, per la quale sono state fissate delle regole di sostenibilità dei conti apprezzate da tutta Europa, il pubblico impiego, che diverrà più competitivo grazie alla Riforma Brunetta, e la riorganizzazione della finanza locale.




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Commenti (1)
1. 10-06-2011 17:09
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L'importante è che non si facciano cavolate come tassare le rendite finanziarie. 
Queste sono tasse che ricadono totalmente sul ceto medio e in misura molto minore se non nulla sui grandi patrimoni dei De Benedetti e degli Agnelli. Al contrario di quello che racconta la sinistra di D'alema queste sono tasse che colpiscono solo e soprattutto i cittadini comuni.  
Il fatto che siano invocate sia dai sindacalisti che dai baroni confindustriali la dice lunga. 
E poi di grazia, a fare queste porcherie non sia il centro destra. 
Perchè altrimenti la differenza con la sinistra dov'è?
Scritto da PIPPO

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