Una notte buia per l’Italia. Quella trascorsa tra giovedì e venerdì ha lasciato delusione e rammarico per una vicenda più che trentennale: l’estradizione di Cesare Battisti. Il Tribunale Supremo Brasiliano, chiamato ad esprimersi sull’estradizione dell’ex terrorista rosso italiano, latitante prima in terra d’Oltralpe poi nel paese verde-oro, ha decretato con sei voti a favore e tre contro di non consegnare il prigioniero alle autorità italiane.
La decisione del Tribunale si è spinta ben oltre: Cesare Battisti è tornato libero. Libero di vivere, di muoversi, di lavorare. Quella libertà che lui ha negato alle sue vittime, privandole della vita. Un atto vile: omicidio terroristico. Il mondo politico italiano è rimasto sbigottito: una decisione inaspettata, irrispettosa dei rapporti di amicizia che intercorrono tra i due paese. Secondo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, la pronuncia del tribunale supremo «assume un significato gravemente lesivo del rispetto dovuto sia agli accordi sottoscritti in materia tra l'Italia e il Brasile sia alle ragioni della lotta contro il terrorismo condotta in Italia - in difesa delle libertà e istituzioni democratiche - nella rigorosa osservanza delle regole dello stato di diritto». Brasilia risponde all’amarezza del mondo politico ed istituzionale italiano tramite una nota lapidare della presidenza di Dilma Rousseff: «Le decisioni del Supremo tribunale federale non si discutono: si accettano».
Spiegare il caso Battisti nella sua essenza più profonda implica spostare la propria lente d’analisi dal piano giuridico a quello politico, allargare i propri confini da quelli italo-brasiliani includendo anche quelli francesi. Si, perché la protagonista che si è ritagliata un c.d. «profilo basso» è proprio Parigi, che ha reso Battisti il simbolo di un periodo, di una lotta un’eccellente pedina per i propri interessi geopolitici.
Brasilia, dal canto suo, si è offerta per fare da spalla ai francesi in cambio di un supporto in ambito strategico ed internazionale per le proprie aspirazioni egemoniche latinoamericane. Il nodo centrale di questa vicenda non risiede nell’amarezza delle famiglie delle vittime e neppure nella lesione del diritto internazionale e degli accordi stipulati tra Roma e Brasilia. L’elemento chiave per poter leggere questa vicenda sono i rapporti di forza che sono andati determinandosi negli ultimi anni. Non Battisti: lui si crede un protagonista, mentre è mera pedina di più grandi interessi. Non le famiglie delle vittime delle mani omicide dell’ex terrorista rosso: loro, che il protagonismo lo hanno ottenuto con il lutto, vengono spinti nell’oblio da coloro che si nutrono di real politik. Le primedonne di questa trentennale vicenda sono separate dall’Oceano Atlantico: Brasilia e Parigi. Un legame che perdurerà certamente fino al 2015, anno in cui scade il contratto per la compravendita di armamenti siglato nel 2008 da Brasile e Francia. Un accordo vitale per le aspirazioni egemoniche regionali ed internazionali brasiliane, prima capitanate dall’ex presidente Lula, oggi portate avanti dal suo delfino, Dilma Rousseff. Un accordo storico, come definito allora dallo stesso Sarkozy, che prevedeva l’acquisto da parte di Brasilia di quattro sottomarini, 51 elicotteri da attacco e la collaborazione francese nella costruzione del primo sottomarino nucleare brasiliano, oltre che di una base e di un cantiere navale. La posta in gioco per Lula, dunque, era altissima: rafforzare la leadership brasiliana in America Latina, dimostrando che il Brasile è un protagonista libero della comunità internazionale, autonomo nelle proprie scelte.
Proprio l’ultimo giorno del suo mandato, Luis Ignoacio Lula ha deciso di non estradare il terrorista Battisti, declinando al suo successore questo caso politico internazionale. Del resto, Dilma Rousseff era più una certezza che una sfida per Lula, consapevole che il proprio delfino non avrebbe contraddetto la sua scelta, essendo stata lei stessa in prima fila nel gruppo di opposizione ai tempi della dittatura brasiliana, un movimento borderline tra dissidenza e terrorismo. Battisti era lo strumento perfetto: un caso che avrebbe occupato le prime pagine della stampa internazionale, uno scacchiere dove fare «scacco matto» alle vecchie potenze europee. Un modo per dimostrare all’amico francese di poter essere un fedele e forte alleato americano.
Attraverso Battisti, dunque, si è rivendicata la validità di quei movimenti di ispirazione marxista che negli anni ’70 hanno spesso infiammato gli animi delle opposizioni latinoamericane alle dittature di quegli anni. Il simbolo di una lotta, che in Italia, però, aveva ben altre fattezze: il terrorismo degli anni ’70 nel nostro Paese era una lotta a tutto campo per la destituzione del sistema costituzionale repubblicano in favore di un regime marxista-comunista. Ben diverse le ragioni della lotta; ben distanti i mezzi, e dunque anche la valutazione. Altro elemento è costituito dai fatti. Gli omicidi. Le anime di uomini e donne, colpevoli di non abbracciare la causa, rei nel compiere il proprio lavoro. Per questo degni di morte. Almeno per loro, quei terroristi che si sono arrogati nel nostro paese il diritto di scegliere chi avesse diritto a vivere e chi a morire. In questo complesso quadro geopolitico, ecco che l’aspetto sociale riprende la sua forza. Ci si aspetterebbe che il paese intero si stringa intorno alle famiglie delle vittime, al loro dolore, alla loro amarezza nel veder calpestata per la terza volta la memoria dei propri cari. Invece c’è chi brinda. Alza il calice brindando alla perdita di peso politico italiano nello scacchiere internazionale. Frange della sinistra festeggiano la decisione dei giudici verdeoro, dimenticando che oggi, a perdere, siamo tutti: noi, gli italiani, la nostra giustizia (da loro tanto difesa e richiamata a convenienza) e chi ha visto nel terrorismo (di destra o sinistra che sia) la falce che ha reciso per sempre la vita dei loro cari.
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