 I referendum hanno raggiunto il quorum: gli italiani hanno espresso parere negativo in merito ad un'eventuale futura introduzione del nucleare in Italia. Dovremmo, quindi, pensare ad un piano energetico basato sulle fonti rinnovabili ed essere costretti a mantenere una dipendenza dai Paesi del petrolio. La tragedia di Fukushima ha seminato il panico, fomentato anche dai profeti di sventure alla Celentano. Il fronte del sì oggi festeggerà per il risultato ottenuto, ma che accadrà domani? Pensiamo veramente che la cosiddetta green economy fondata solo sulle risorse rinnovabili sia per noi la panacea di tutti i mali? Chissà se i vari Celentano, Grillo, Santoro parleranno ancora quando si scoprirà quanto questo modello peserà sulle tasche dei cittadini e delle famiglie italiane, poiché per colmare il fabbisogno energetico unicamente sulla base di quest'ultima scelta referendaria dovranno finanziare somme ingenti attraverso le bollette. Gli Stati Uniti lo sanno bene che fonti alternative come il fotovoltaico e l'eolico non possono costituire la panacea di tutti i mali: pur investendo risorse massicce su questi settori, che rappresentano anche un'ottima fonte per creare posti di lavoro, la linea di politica energetica di Barak Obama, di fronte al dramma di Fukushima, non si è fatta piegare dall'ondata emotiva e dal panico collettivo. Il presidente degli Stati Uniti, più volte osannato dall'opposizione nostrana, non ha tentennato nemmeno per un momento, stabilendo di andare avanti sulla strada dello sviluppo delle infrastrutture nucleari, non ritirando, dunque, il Fondo di garanzia di circa 14 miliardi di dollari stanziato dal Congresso nel 2010 per riprendere la costruzione del reattore di Three Miles Island, bloccato dopo la fuga radioattiva nel 1979. Pur decidendo di approfondire, responsabilmente, gli aspetti che riguardano la sicurezza per elaborare nuove misure in questo senso, Obama ha scelto di non poter fare a meno del nucleare. Se è vero che la Germania ha deciso di abbandonare il nucleare concentrandosi sulle fonti alternative, non è altrettanto vero che questa decisione dispiegherà i suoi effetti nell'immediato: l'ultimo reattore, infatti, dovrebbe spegnersi entro il 2022, e, siccome i governi hanno scadenze legislative determinate, non è detto che i tedeschi decidano di ritornare sui loro passi. Anche perché, scegliendo di puntare molto sul carbone, il governo teutonico ha comunque optato per una via energetica che rappresenta una grande fonte di inquinamento. L'Italia, dicendo no attraverso il referendum, ha ancor una volta troncato sul nascere ogni possibilità di poter ottenere un’energia pulita, come quella fondata sull'atomo, senza emissioni di CO2; motivati dalla paura che a livello mediatico è stata fomentata da coloro che si nutrono, per le loro battaglie politiche, di populismo post-ideologico, gli italiani hanno abrogato un comma che prevedeva unicamente un tempo di riflessione in attesa di norme ancora più sicure garantite dall’Europa. Sì, perché non ci si vorrà di certo illudere che l’intero territorio europeo, dopo la tragedia di Fukushima, verrà denuclearizzato, la Francia non ci pensa nemmeno. Anzi, ora che rimane praticamente l’unico grande Paese della Ue a continuare sulla strada del nucleare, potrà gustare una posizione europea di primato sul mercato energetico degli Stati membri: saranno i nuovi «petrolieri» d’Europa. Ancora una volta vince il principio di precauzione: meglio non rischiare, meglio non fare. Contro la demagogia solo la cruda realtà può dare risposte certe e dissacrare i sogni di che pensa di vivere in un mondo a rischio zero. Abbiamo dimenticato le migliaia di morti che la catastrofe naturale dello tzunami ha prodotto in Giappone, ma ci siamo ricordati di Fukushima come se fosse stata essa stessa a produrre un tale disastro. L’uomo vive di contraddizioni che spesso fanno prevalere l’irrazionale su ciò che è ragionevole. Nessuno possiede la bacchetta magica per il futuro del proprio Paese, ogni proposta è sempre perfettibile, ma di sicuro una sola è fallimentare, quella che nasce dalla paura. La storia ce lo insegna. Condividi questo articolo      
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