Nessuno avrebbe titolo e diritto per mettere il cappello sul risultato del referendum: da sempre il referendum è espressione di libertà personale e trasversale, ovvero non nettamente ascrivibile ad una specifica forza politica, soprattutto quando esso riguarda temi di carattere «civile», come il nucleare, o inerenti alla coscienza dell'individuo, come la Legge 40. E' comprensibile, certamente, che la sinistra, la quale ha accettato obtorto collo i referenda imposti da di Pietro, ora si esprima con toni trionfalistici e veda nei risultati una boccata di ossigeno, un «vento nuovo» che in maniera del tutto insperata l'ha sollevata dall'asfissia, dalla canna del gas cui era inesorabilmente incollata da almeno un paio d'anni. Si comprende anche come il risultato delle recenti amministrative sommato a quello referendario abbia riaperto i giochi nella prospettiva, poco auspicabile per il Paese, del «governo tecnico» o di «solidarietà nazionale» che dir si voglia.
Il fine esplicito di questa ennesima strumentalizzazione consiste nel provocare la rottura dell'alleanza fra Lega e Pdl (buona fortuna...), con ammiccamenti rivelatori nei confronti di Umberto Bossi e del suo establishment.Al di là di questa «viareggiata» che, anziché concretizzarsi nella presentazione di una mozione di sfiducia come correttezza e coerenza politica vorrebbero, mira semplicemente al sussurrare prudentemente consigli pelosi al «Senatùr», consigli destinate a rimanere lettera morta, i risultati impongono comunque qualche seria riflessione. Innanzitutto l'entusiasmo dei frustrati e dei delusi dalla sinistra fa comprendere come la campagna denigratoria a tutto campo promossa contro il Premier abbia sortito qualche risultato: essi ora pretendono di rappresentare il «vero paese reale» contrapposto ai palazzi del potere. Cifre alla mano ci rendiamo conto che così non è: non si è verificato alcuno spostamento percepibile dell'elettorato di centrodestra verso il centrosinistra. Il problema significativo, concreto e da non sottovalutare riguarda da un lato il ricompattamento della sinistra di base, coniugato alla disillusione tangibile di parte minoritaria ma comunque consistente del nostro elettorato che, nel caso delle amministrative ad esempio, non ha ricevuto stimolo sufficiente per mobilitarsi, fare campagna e, soprattutto, recarsi a votare: a riprova di ciò il «caso Milano» è emblematico, poiché Pisapia ha vinto con un numero di voti minore rispetto a quelli che prese Ferrante quando perse le elezioni.
Ammettendo come legittimo il quesito sul nucleare, inoltre, la Consulta ha contribuito in maniera determinante al successo del referendum, poiché in assenza del trainante «effetto Fukushima» avremmo con tutta probabilità avuto un risultato diverso. Certamente non abbiamo motivo di dubitare della buona fede della Corte Costituzionale, resta tuttavia evidente il fatto che ella abbia prodotto un aberrazione giuridica, ammettendo come legittimo un quesito abrogativo inutile, poiché non volto a cancellare una legge positiva, efficace e promulgata secondo l'iter costituzionalmente previsto, bensì destinato ad impedire la discussione politica su una legge che neppure era in fieri. Evidenti considerazioni di carattere teleologico hanno spinto la Suprema Corte ad adottare un provvedimento discutibile, nella forma come nel merito, che si appalesa come una forzatura senza precedenti delle prerogative del legislativo. La ratio giuridica che sostanzia tale provvedimento, francamente ci sfugge. Infine, prendiamo atto una volta di più della grande contraddizione che attanaglia il nostro paese e che lo dicotomizza in maniera manichea: tutto il bene, la libertà, la liberalità vera è dalla parte della sinistra, mentre tutto il male possibile, il fascismo, l'antidemocrazia è dalla parte del centrodestra.
La riprova che siamo una democrazia compiuta ed efficiente è sotto gli occhi di tutti: il «regime» non esiste, l'alternanza si. E gli afflati liberticidi, ammesso che ci siano, certamente non trovano spazio alcuno alle nostre latitudini, quanto più, forse, in lidi altri e diversi rispetto al centrodestra. Con questo occorre tenere presente che, comunque, emergono segnali forti che indicano come impellente la necessità di un cambiamento di rotta: postulare che vi sia un nesso causale netto tra il risultato dei referenda e la sconfessione dell'azione di governo è falso ed illusorio. E' demagogia pura. E' necessario tuttavia saper leggere questi segnali forti e inconfutabili che il nostro elettorato ci ha dato e, di conseguenza, riattivare un dialogo autentico e aperto con il territorio e ritrovare l'indispensabile empatia con un popolo vitale e presente. Forse non tutto il male viene per nuocere, ed è possibile che questo momentaneo cedimento imprima la necessaria accelerazione alle indispensabili riforme di cui il nostro paese ha bisogno e che solo l'attuale esecutivo, pur tra mille difficoltà, può porre in essere: perché alla panzana del governo di «responsabilità nazionale» non crede ormai più nessuno...
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