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Numero 523
del 21/05/2013
Riyad si sgancia dalle redini dell'Opec PDF Stampa E-mail
! di Ylenia Citino
citino@ragionpolitica.it
  
mercoledì 15 giugno 2011

oil-100.jpgIl più grande fallimento dell'Opec negli ultimi decenni vede protagonista l'Arabia Saudita, che ha deciso di mettersi in proprio nella produzione del petrolio. Beninteso, non è che abbandona il cartello dell'oro nero. Ma fa la furbetta e prende atto del mancato agreement sulle politiche dell'output di greggio per decidere in libertà le proprie regole di esportazione. E qui arriva il totale sovvertimento delle politiche passate: la produzione di petrolio sarà volta interamente a soddisfare la domanda. Quanto mi chiedono, tanto do. Via libera, dunque, allo smercio di 10 milioni di barili al giorno a partire da luglio. Perché, effettivamente, Riyad fino ad oggi aveva allontanato a malincuore i gonfi portafogli di cinesi e indiani, presentatisi a corte gongolanti. Se questi ultimi, infatti, dovevano far fronte ai bisogni crescenti di uno sviluppo mostrificato, l'Opec beneficiava dei cap alla produzione, giacché, ad un aumento della domanda, sarebbe corrisposto l'elementare aumento dei prezzi.

Ciò appare ancora più chiaro oggi, dopo che la dichiarazione di indipendenza del ministro del Petrolio saudita ha provocato un'immediata flessione del Brent. Sembrerebbe quasi che gli arabi siano improvvisamente diventati clementi con i consumatori. Eppure la voglia di contenere i prezzi deriva da una banale constatazione: il mercato energetico sta orientandosi verso altre fonti di energia. I costi crescenti del petrolio hanno portato ad una contrazione della domanda a partire dal 2008. E la crisi economica ha svolto un ruolo cruciale, creando un circolo vizioso e perverso. Solo adesso, trascorso lo tsunami finanziario, le previsioni della domanda di petrolio sono tornate in crescita. La penisola persica, in sostanza, non sta facendo altro che proteggere il suo mercato.

Poco realistiche, allora, le dietrologie di alcuni, che vedrebbero nello sganciamento saudita dalle politiche Opec il segno di un più profondo turbamento dell'alleanza ovvero l'incipit di una crisi diplomatica con Teheran. Proprio con l'Iran, invero, si registra un caso di frizioni per le medesime ragioni. Nel 1986 Riyad voleva riappropriarsi della fetta di mercato rubatale da Teheran, quindi aumentò la propria produzione e creò un «oil crash». Oggi, però, alle ragioni puramente concorrenziali si sommano le turbolenze della primavera araba. Libia, Siria e Yemen destano non poche preoccupazioni e la loro crisi politica ha sottratto al cartello ben 1.6 milioni giornalieri di barili di greggio. L'instabilità del dollaro si aggiunge a tutto ciò come ulteriore fattore di rialzo dei prezzi.

Eppure, dopo tutto, l'uscita dal coro dell'Arabia Saudita non va affatto vista come un male. Perché il patologico squilibrio fra domanda e offerta di petrolio potrebbe trovare una cura nella rinnovata capacità produttiva dell'indisciplinato paese. I paesi del Golfo Persico, infatti, potrebbero da soli soddisfare una buona parte della domanda mondiale. Tanto più che Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar sono molto legati al regno. Questo, ovviamente, se non ci fossero le restrizioni dell'Opec. Un po' di insubordinazione a questo delicato intreccio di regole, dunque, non può che portare stabilizzazione alla piazza. Mercati più aperti alla concorrenza, come ci insegnano i principi europei in materia di antitrust, sono più trasparenti e onesti nei confronti dei consumatori. Le vendite dipendono esclusivamente dalla disponibilità di questi ultimi a comprare e non, come avviene nel mercato petrolifero, dall'offerta concertata in regime di oligopolio. Da qui, ecco levarsi a gran voce le perplessità degli hedge funds di tutto il mondo e dei potentati della finanza di Wall Street che speculano sul rialzo dei prezzi del petrolio. Come Goldman Sachs, che avrebbe deplorato la scelta saudita poiché, a detta loro, rischia di esaurire le sue capacità di mantenimento di scorte di petrolio.

 

 




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