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Numero 476
del 22/05/2012
Degenera la situazione in Siria PDF Stampa E-mail
! di B.S.K.
@ragionpolitica.it
  
mercoledì 15 giugno 2011

siria__scontri_100.jpgChi, nel mondo arabo, direttamente o indirettamente ha subìto la pesante repressione e l'asfissiante clima di terrore del regime famigliare di Al-Assad, non si stupisce di quanto sta accadendo in questi giorni. Probabilmente, neanche alcuni paesi occidentali ne sono sorpresi, pur non avendo vissuto in prima persona l'esperienza del regime siriano. Tuttavia, il vento del cambiamento si è oramai levato in tutto l'Oriente, e l'Occidente si è reso conto che non può più contare sugli alleati di una volta. Uno di questi, il più forte, era proprio il regime siriano. Bashar al-Assad, il Presidente, lo aveva promesso alcuni mesi fa nel suo discorso al Parlamento siriano: «La nostra priorità è la sicurezza e la stabilità nazionale». Sempre qui, da Ragionpolitica, era stato anticipatamente tradotto il significato di quella frase: violenta repressione. È ciò che sta accadendo da alcune settimane, con una preoccupante e irrefrenabile escalation.

L'orrore che si sta consumando in Siria ancora non lo conosciamo, visto che le uniche fonti dei giornalisti europei sono i siriani che si stanno riversando in territorio turco. Dal punto di vista geo-strategico e di sicurezza, preoccupa soprattutto la presenza di agenti iraniani e uomini dell'Hezbollah libanese in territorio siriano, a fianco delle forze pro-Assad. «Ho visto con i miei occhi alcuni poliziotti in abiti civili, e assieme a loro soldati iraniani», ha dichiarato il 23enne Mustafa, commerciante siriano ferito durante gli scontri ed oggi in cura ad Antiochia, nel Sud della Turchia. Mustafa è solo uno tra le decine di feriti siriani che hanno visto con i loro occhi «uomini con la barba iraniani» che aprivano il fuoco contro i civili.

Fanno notare i feriti che ai militari siriani è vietato farsi crescere la barba, e che quegli «uomini barbuti», vestiti di nero, non parlavano arabo. I sopravvissuti non hanno dubbi: si tratta di uomini dei Basij, che fanno capo direttamente ai Pasdaran iraniani. Il loro ruolo? Appoggiare l'Esercito siriano, soprattutto con l'ausilio di cecchini e uomini pronti a uccidere i soldati siriani recidivi a sparare contro la folla.

La presenza in Siria di militari o para-militari iraniani era stata già confermata dal Washington Post alla fine dello scorso mese di maggio. Oltre a loro, il regime iraniano avrebbe inviato al suo alleato siriano anche uomini specializzati nell'individuare gli utenti di social networks come Facebook e Twitter.

Dalla testimonianza raccolte tra i rifugiati siriani in Turchia, emerge un altro particolare non meno preoccupante, ma che desta poso stupore: la presenza anche di uomini dell'Hezbollah libanese. Ciò sembrerebbe trovare conferma anche nelle dichiarazioni del deputato libanese vicino al fronte «14 Marzo», Mu'ayyan Al-Mar'bai, il quale ha parlato del dispiegamento di artiglieria pesante da parte di Hezbollah nel nord del Libano, a confine con la Siria.

Sul piano regionale, è la Turchia l'unico paese che ha condannato esplicitamente la violenta repressione del regime. Il premier turco Erdogan, fino a ieri «amico» di Assad, ha compreso che il regime siriano ha oltrepassato ogni limite, ed ha quindi condannato le «violenze disumane». Ed ha aggiunto: «A questo punto, la Turchia non può difendere la Siria», intendendo nel Consiglio di Sicurezza. Assordante è invece il silenzio degli arabi, tanto della Cooperazione dei paesi del Golfo quanto della Lega Araba.

Sul piano internazionale, sono soprattutto gli Stati Uniti che hanno condannato con chiarezza «i massacri contro gli innocenti» da parte del regime Assad. Come ha dichiarato Mark Toner, portavoce del Dipartimento di Stato, «Washington vuole intensificare le sue pressioni». A mettere sotto pressione il regime non è soltanto la Turchia e la comunità internazionale. Negli ultimi giorni, si stanno alternando sempre con maggiore frequenza le notizie di spaccature all'interno dei militari e la conseguente «fuga» di soldati i quali, inorriditi di fronte ai massacri, hanno preferito disertare piuttosto che uccidere a bruciapelo i loro connazionali.

Oramai l'intero paese è in rivolta, e il punto di non ritorno è già stato oltrepassato. Migliaia di siriani hanno sfidato il regime, e continuano a farlo, a Damasco, Aleppo, Latikia, Deraa, Hama e Homs. Come già ripetuto più volte sulle pagine di Ragionpolitica, il regime siriano, messo alle strette, non può che reagire utilizzando le carte che ha in mano. Tra queste, non si può escludere quella dello spauracchio del terrorismo. Di fronte all'eventualità dell'emanazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di una o più risoluzioni, il ministro degli Esteri siriano, Al-Mouallem, parlando a nome del regime, ha lanciato un chiaro messaggio a Ban Ki-Moon e alla comunità internazionale: «Qualsiasi risoluzione Onu incoraggerà gli estremisti e i terroristi».

Tuttavia, una spaccatura all'interno del regime vi è stata, e sarà difficile sanarla, soprattutto se si considera l'alto numero dei «fuggitivi» tra le fila dei militari. Intervistato dall'Afp, uno di questi si è detto ottimista per la prossima caduta del regime Assad, aggiungendo: «Tutti i soldati che conosco vogliono fuggire. In fin dei conti, il regime sta colpendo il suo stesso popolo, e prima o poi i militari dovranno difendere i loro stessi famigliari».




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