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Numero 523
del 17/05/2013
La debolezza delle opposizioni PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
giovedì 16 giugno 2011
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Una calma innaturale che non possiamo ascrivere solo alla prudenza pare sia calata sul centrosinistra: Di Pietro abbandona in apparenza la torre di piombo dell'oltranzismo ridiscendendone precipitosamente i gradini, Bersani chiede le dimissioni del Governo ma rifiuta toto modo di presentare una mozione di sfiducia in parlamento, Fini è ridotto allo stadio ectoplasmico e si aggrappa a questa ermetica «agenda Draghi» di cui solo lui pare essere a giorno.

E Casini? Pare Giulietta sul balcone di casa Capuleti, nel cortile della quale si stanno organizzando le primarie per individuare un ipotetico Romeo. Dietro i suoi costanti «richiami alla responsabilità» si cela in realtà la ricerca nevrotica di una tridimensionalità politica ad oggi latente e farraginosa. La sinistra indubbiamente lo corteggia e parte minoritaria del centrodestra non vedrebbe di malocchio un ricompattamento con l'Udc in vista di una quantomeno oscura ridefinizione del Pdl in termini «moderati».

Due considerazioni: in primo luogo il Pdl è già ora la casa dei moderati, la collocazione naturale per il blocco sociale liberale e cattolico, tanto da avere attratto al suo interno numerosi ex esponenti dell'Udc delusi e disorientati dall'attendismo e dal «tri-fornismo» casiniano. In secondo luogo, se è vero, come la sinistra tutta sta cercando di farci credere in queste ultime settimane, che il Governo è alla frutta e che amministrative e referendum hanno suonato il de profundis per il Cavaliere, che bisogno mai possono avere Bersani e compagnia di blandire un leader la cui forza politica non arriva a pesare il 6%? Due sono le ragioni, non opposte ma complementari: allo stato attuale delle cose Bersani, e con lui D'Alema e Veltroni, non hanno nessuna voglia di dialogare con Vendola e il suo Sel. Riscopertisi di colpo «riformisti» all'alba della vittoria di Giuliano Pisapia a Milano gli ex Ds non hanno nessuna voglia di farsi trascinare sul pericoloso e mutevole sentiero delle cosiddette «battaglie civili», unico fulcro dialettico che caratterizza la «poetica politica» dei veri vincitori delle amministrative, ovvero i liberal (inteso all'americana) di casa nostra. Dopo aver cavalcato l'ondata dell'antipolitica (o della pre-politica cui non segue alcun «post»...) hanno compreso, forse troppo tardi, che il maggior partito di opposizione non può accantonare la Politica con la «P» maiuscola, ovvero quella fatta di programmi, proposte, indirizzi, approcci, dialogo, ricomposizione dei conflitti e non esasperazione dei medesimi. Ecco spiegato l'aut aut imposto a Di Pietro: o con Vendola o con noi. O ti riscopri pure tu riformista o De Magistris sarà solo la prima di numerose spine nel fianco che metteranno pesantemente in discussione la tua leadership in Idv. Ed ecco così che il «Tonino nazionale» passa improvvisamente, tra lo stupore generale degli addetti ai lavori, dalla «leadership» alla «leadersheep». A questo punto l'apporto elettorale, pur minimo, rappresentato dall'Udc contribuirebbe in qualche misura a bilanciare l'emorragia che Sel ha causato al Pd, presentatosi, Sel, come forza più credibile e in grado di incarnare meglio le istanze di una sinistra di base sempre meno politica e sempre più «civilista».

Il problema sta tutto nel convincere Casini a fare una scelta. Una scelta che non può essere programmatica, poiché nonostante gli afflati pseudoriformisti di facciata che il Pd cerca di epifanizzare, troppe questioni insolute ed insolvibili permangono tra i due schieramenti, a partire dalla politica economica per arrivare alle questioni etiche.

Ecco così profilarsi, come ben ha scritto Elisa Calessi su Libero, l'ipotesi di un Casini Presidente della Repubblica, cui farebbe seguito una cannibalizzazione dell'Udc. Incarico prestigioso, nulla da dire, nonché caratterizzato da poteri e attribuzioni tutt'altro che esclusivamente di rappresentanza e che vanno ben al di là della semplice moral suasion. Un incarico però, che sancisce il fine carriera per un uomo politico, la collocazione su un binario morto, per quanto dorato. E Casini è ancora giovane, oltre che notevolmente ambizioso: continua pertanto ad autoconvincersi e a cercar di convincere gli altri interlocutori (decisamente con poco successo...) dell'impellente necessità di un governo tecnico da lui medesimo presieduto. Un sogno a cui non crede nessuno.

Ma c'è un ulteriore ragione che sta alla base della terrea calma cui accennavamo all'inizio e del corteggiamento forsennato della Giulietta udicina: la probabile riforma fiscale fortemente voluta dal premier e dalla Lega, ovvero l'incubo peggiore per tutta l'opposizione, terzo polo compreso.

La sconfitta alle amministrative e, in misura meno politica, al referendum ha lasciato sostanzialmente invariati gli equilibri politici nazionali, col Pdl che resta primo partito d'Italia nonostante una percepibile flessione, il Pd che non è cresciuto di una virgola e l'Udc che ha ceduto in numerosi contesti il passo a Idv e grillini, ma ha prodotto un indiscutibile effetto di catalizzazione che porterà con tutta probabilità il Governo ad una brusca accelerazione sulla strada delle riforme.

Qualora questo dovesse accadere, ed è possibilissimo che accada, il banco dell'opposizione salterebbe: non avrebbero né il tempo né il modo di tesaurizzare e far fruttare il risultato positivo conseguito alle amministrative, né di portare a buon fine trattative che non avrebbero più ragion d'essere, poiché la palla del riformismo, quello vero e senza virgolette, resterebbe salda ai piedi del Governo che ha ridotto l'imposizione fiscale, ponendo in tal modi la più solida delle basi per rivincere le elezioni nel 2013...lasciando così Giulietta a languire inascoltata sul balcone...




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