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Numero 476
del 22/05/2012
Sudan, è di nuovo guerra PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
martedì 21 giugno 2011

sudan_map.jpgL'avevano chiamato «Accordo globale di pace». È il trattato che nel 2005, dopo anni di faticosi negoziati, ha posto fine alla guerra civile tra Nord e Sud Sudan: un conflitto che per decenni ha decimato le popolazioni meridionali, vittime del processo di arabizzazione del paese voluto dal presidente Omar Hassan el Bashir, esponente del Nord arabo e islamico. Ma a rendere davvero «globale» l'accordo mancava la definizione di alcune, essenziali questioni che avrebbero dovuto essere risolte compiutamente negli anni successivi. Non è stato fatto e adesso, a pochi giorni dalla nascita - il prossimo 9 luglio - della Repubblica del Sud Sudan, frutto della secessione del Sud decisa a gennaio con un referendum come previsto dall'Accordo stesso, il Sudan è praticamente di nuovo in guerra.

La prima questione irrisolta era la spartizione dei proventi del petrolio nell'eventualità di una secessione. I giacimenti sfruttati finora sono quasi tutti al Sud e quindi Khartoum perde tre quarti dei profitti derivanti dalla vendita del greggio. Però le raffinerie e Port Sudan, il terminale sul mar Rosso per l'esportazione del petrolio, si trovano al Nord e quindi per mesi e probabilmente anni il nuovo stato dipenderà dagli oleodotti che collegano ad essi i centri di produzione.

La seconda questione da dirimere è costituita dai confini tra i due stati. Per la regione centrale di Abyei, ricca di giacimenti, era previsto un referendum per decidere a quale stato appartenere, da svolgersi contemporaneamente a quello che a gennaio ha portato alla secessione del sud. Ma Khartoum ne ha ordinato il rinvio sine die, temendo che la popolazione scegliesse Juba. In base all'Accordo 2005 Abyei è stata per anni presidiata da una forza mista, composta da militari del Nord e dell'Spla, l'esercito del Sud. Ma a maggio il presidente el Bashir ne ha disposto l'occupazione militare ingiungendo al tempo stesso all'Spla di ritirarsi oltre confine entro il 9 luglio. In caso contrario ha minacciato di bloccare gli oleodotti e impedire il trasporto al Nord del petrolio. Da allora nella regione si combatte e di nuovo, come ai tempi della guerra civile, la popolazione sperimenta la violenza delle milizie che non risparmiano persone e beni. 150.000 sfollati vivono in campi di raccolta improvvisati attendendo l'evolversi dalla situazione. Una speranza di risoluzione è venuta il 20 giugno con l'accordo raggiunto ad Addis Abeba, con la mediazione dell'Unione Africana, che prevede la smilitarizzazione della regione.

Intanto, però, un nuovo fronte di guerra si è aperto in un altro stato centrale, quello del Sud Kordofan, la terra delle tribù Nuba che, durante il conflitto civile, hanno combattuto nelle fila dell'Spla pagando un elevatissimo prezzo in vite umane. Una situazione già tesa - così come negli altri stati centrali di Blue Nile e Unity - è degenerata quando a maggio le elezioni per il governatore dello stato hanno visto la vittoria di Ahmed Haroun, il candidato del National Congress Party, il partito del presidente el Bashir. Le autorità di Juba hanno respinto l'esito del voto denunciando brogli ai danni del loro candidato. Ahmed Haroun oltre tutto è ricercato dalla Corte penale internazionale dell'Aia, accusato di crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Darfur, la regione occidentale vittima anch'essa del processo di arabizzazione avviato da el Bashir, e per questo in armi dal 2003.

L'elezione di Haroun ha innescato la scintilla ed è stata la guerra. Khartoum non solo combatte per costringere l'Spla a ritirarsi oltre confine, ma infierisce come in passato sui civili, catturati e uccisi per il solo fatto di essere di etnia Nuba e sospettati di sostenere l'Spla. Negli ultimi giorni ha inoltre bombardato ripetutamente, rendendolo inutilizzabile, lo scalo di Kauda da cui dipende l'arrivo degli aiuti internazionali di cui decine di migliaia di persone in fuga hanno assoluto bisogno. Si calcola che già 60.000 sfollati, fuggiti di corsa, a mani nude, attendano aiuti, senza neanche la protezione di un riparo.




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