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Numero 476
del 22/05/2012
Libia, un conflitto scomodo PDF Stampa E-mail
! di Gerardo Cervone
cervone@ragionpolitica.it
  
mercoledì 22 giugno 2011

gheddafi.jpgChe Gheddafi non sarebbe uscito facilmente dalla scena politica libica, anche di fronte alla ferma determinazione internazionale che ormai da giorni martella con bombardamenti i luoghi simbolo del potere del rais a Tripoli, era noto a molti leader internazionali e soprattutto a chi si è avventurato con disinvoltura in questa escalation militare. In relazione a questo aspetto, che non è assolutamente di poco conto, da giorni sui media internazionali sono trattate tematiche relative alle possibili exit strategy per arrivare ad una soluzione diplomatica rispetto all'attuale pantano. Altro motivo che domina sui giornali esteri e nazionali sono le difficoltà incontrate dalla guerriglia per risolvere la crisi: ci si è resi conto che essa da sola non può portare alla spallata decisiva per defenestrare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime.

Preso atto dell'inconsistenza militare dei ribelli, occorre affidarsi ancora una volta ai soli attacchi aerei, gli unici consentiti dalla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Tale strategia inizia però a vacillare a causa degli umori dell'opinione pubblica di molti Paesi che partecipano all'operazione Unified Protector della Nato e dei loro dubbi sull'utilità dei bombardamenti, perplessità che si acuiscono soprattutto in relazione alla crescita delle spese di una campagna militare di cui non si riesce ad effettuare alcuna stima circa i suoi esiti.

A ciò si aggiungono ulteriori malumori nell'opinione pubblica internazionale in merito alle imprecisioni delle bombe intelligenti, che finiscono per colpire civili inermi, ed invece di indebolire Gheddafi lo rafforzano. Proprio per ovviare agli errori dei bombardamenti, mercoledì mattina il ministro Frattini aveva mandato una «precisa raccomandazione alla Nato sulla drammatica vicenda degli errori che colpiscono i civili». Se da Unione africana, Ue, Lega araba e Onu «uscisse un appello per la sospensione immediata delle ostilità per un corridoio umanitario negoziato», aveva aggiunto il titolare della Farnesina, l'Italia «certamente lo sosterrebbe con forza». L'auspicio, secondo Frattini, è quello di «un cessate il fuoco umanitario immediato» che non pregiudichi il negoziato politico ed escluda una presenza di Gheddafi o una eventuale spartizione del Paese. In attesa, però, il corridoio per aiutare la popolazione «sarebbe una soluzione importante», ha sostenuto Frattini.

«La coalizione e i Paesi riuniti nel gruppo di contatto due settimane fa sono stati unanimi nella strategia da seguire - ha dichiarato il portavoce del governo francese, Bernard Valero - bisogna accrescere le pressioni» sul regime. Così la Francia si è detta contraria alle parole del ministro italiano, spiegando che «una pausa nelle operazioni rischierebbe di permettere a Gheddafi di prendere tempo e di riorganizzarsi». Una prospettiva confermata dalla Gran Bretagna, che ha anzi riferito l'intenzione di «intensificare le azioni sulla Libia».

Ma nel pomeriggio di mercoledì  il portavoce del ministero degli Esteri italiano, Massari ha dichiarato che: «Non c'è nessuna proposta specifica italiana, ma solo un'ipotesi di lavoro». Sulla questione si è anche pronunciato la viceportavoce della Nato, Carmen Romero dicendo: «Chiaramente non c'è una soluzione militare in Libia e noi diamo il benvenuto a ogni sforzo che possa portare una soluzione politica il più presto possibile».

Al di là delle dichiarazioni ufficiali rimane un aspetto da non sottovalutare, cioè quello della necessità di mettere in campo azioni che inducano il rais a prendere in considerazione di lasciare il potere, perché tutte le altre opzioni al momento sono difficilmente praticabili e non contengono elementi risolutivi per determinare in tempi brevi la certezza della fine delle ostilità.




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