Dopo oltre cento giorni di guerra in Libia, mentre nessun risultato sembra affacciarsi all'orizzonte, diventa indubbiamente difficile riuscire a scrivere la parola fine sul conflitto in atto. La situazione è in stallo, non riuscendo a sbloccarsi né in un senso né nell'altro. Il colonnello Gheddafi, pur avendo sulla testa un mandato di cattura da parte della Corte penale internazionale, non cede. I ribelli tengono ormai saldamente le roccheforti della Cirenaica, ovvero della parte est del Paese, ma Tripoli, bombardata dalle forze Nato, non accenna a cadere. Come andrà a finire? Quali gli esiti possibili?
La prima ipotesi deve essere necessariamente riguardare il ruolo degli insorti, cioè coloro che si sono ribellati al regime per scardinarne l'egemonia. La nutrita schiera degli oppositori del Colonnello, dopo le prime vittorie ottenute a Bengasi, guadagna terreno, ma molto lentamente. L'organizzazione degli insorti vacilla e non appare in grado di espugnare Sirte. L'obiettivo sarebbe quello di riuscire a chiudere in una tenaglia Tripoli, dove si trova concentrato il potere libico. Si avrà a quel punto una «massa critica», unico deterrente per ottenere la cacciata del regime ed aprire un dialogo con le forze dissociate dal potere sui futuri assetti istituzionali del Paese. Raggiungere Tripoli non è facile per i ribelli. Il punto è che essi sono deboli e mal coordinati. Le operazioni sono guidate da capi tribali di clan differenti e vengono attuate con azioni autonome e indipendenti. I consiglieri tecnici della Nato, di fronte a questo stato di cose, sembrano di poco aiuto e vanificano gli sforzi avviati per aumentare la presenza di istruttori militari sul terreno o, come paventato dall'Italia, aggiungere altri assetti operativi, quali gli aerei senza pilota Predator per controllare meglio gli spostamenti dei lealisti. Insomma, la situazione sullo scacchiere militare non è ancora definitivamente a favore degli oppositori di Gheddafi. A Misurata e nel sud sono tuttora in atto scontri tra lealisti e ribelli che combattono per il controllo delle aree. Altro snodo cruciale è il porto di Brega, al centro della zona petrolifera della Libia: se i ribelli riuscissero a prenderlo, non avrebbero più problemi nel finanziare la loro lotta.
La seconda ipotesi riguarda invece la capacità di Gheddafi di fare fronte alla crescente sollevazione popolare e alla defezione di alcuni suoi fedelissimi. La popolazione di Tripoli è sfiduciata e costretta ogni giorno a fare i conti con problemi di razionamento di benzina e cibo. File di più di un chilometro si intravedono davanti alle stazioni di servizio (i ribelli hanno in effetti il controllo delle stazioni di raffinazione nell'est del Paese). Insomma, Tripoli, pur non essendo assediata dalle forze ribelli fisicamente, è sotto un assedio ben peggiore, quello rappresentato dalla mancanza di risorse. Questo scenario, alla lunga, finirebbe per minare la credibilità del dittatore. I ribelli potrebbero avere partita vinta perché in grado, nonostante la loro scarsa coordinazione, di accaparrarsi le roccheforti necessarie al successo. Ma non si può aspettare l'auspicato crollo di Tripoli e del regime, con una situazione che si protrae sine die, senza attuare una reale e credibile stretta militare della capitale libica che induca gli esponenti del clan di Gheddafi ad una resa definitiva. Quindi è grottesca e priva di senso pratico l'ipotesi apparsa sulla stampa internazionale, secondo cui i ribelli si sono fatti carico, presso la Corte penale internazionale, di andare a catturare Gheddafi.
La terza ipotesi di fine del conflitto riguarda la reale volontà di Gheddafi di lasciare il potere, dopo che è stato spiccato il mandato di cattura internazionale. La situazione è ormai compromessa per il leader libico: in qualsiasi Paese fuggisse, sarebbe comunque braccato. Questo epilogo però non depone a favore di una soluzione che consenta una via d'uscita onorevole per il colonnello; anzi, potrebbe convincerlo che, in fondo, non ha senso andarsene. Se Gheddafi decidesse di lasciare il potere, dovrebbe trovare rifugio in un Paese che non ha ratificato la convenzione di Roma (Sudan, Venezuela?). Tutto ciò riduce le possibilità dell'attuazione di questa ipotesi. Ma una cosa appare certa in questo scenario: non esiste o è avvalorabile alcun ipotesi in cui il dittatore libico riesca a capovolgere la situazione a suo vantaggio. Certamente, dato l'attuale stato di cose, il destino di Gheddafi è già segnato. Il che è indubbiamente una buona notizia per i ribelli ed offre una serie di prospettive ai leader della comunità internazionale che hanno prospettato l'uscita di scena del colonnello.
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