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Numero 476
del 22/05/2012
Senegal e Marocco. Né rivoluzione né status quo PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
giovedì 30 giugno 2011

senegal_riforme.jpgLe rivolte scoppiate a gennaio in Tunisia e Algeria hanno avuto, come è noto, un effetto domino. In poche settimane la collera popolare si è manifestata in altri Paesi, con esiti drammatici: Egitto dapprima, e poi Bahrein, Yemen, Giordania, Siria, dove ancora le proteste non sono terminate. Ci sono state ripercussioni anche nel resto dell'Africa, dove invece le masse non hanno seguito l'esempio degli insorti. Con l'aggravante della guerra di Libia, molti degli emigranti subsahariani, che a milioni in quei Paesi avevano trovato lavoro, sono infatti stati costretti a rientrare in patria, spesso senza neanche poter riscuotere l'ultimo stipendio, ritirare eventuali risparmi dalle banche e portarsi appresso i beni acquistati nel corso degli anni. Alla perdita delle loro rimesse, che per tante famiglie rappresentavano la sola o la maggiore fonte di reddito monetario e per diversi governi una voce determinante del prodotto interno lordo, si è aggiunto il danno del loro ritorno a casa, disoccupati e bisognosi di assistenza.

Ma l'insorgere delle piazze arabe, la dimostrazione che anche il regime più autoritario e determinato a conservare il potere a qualsiasi costo può essere messo in discussione e addirittura venire abbattuto, sta sortendo anche altri esiti che potrebbero portare a importanti passi in avanti in senso democratico. È una lezione che vale sia per i leader che per le popolazioni. I recenti sviluppi in Senegal e Marocco lo dimostrano.

In Senegal un crescendo di proteste, culminate il 23 giugno in una serie di manifestazioni organizzate dai partiti dell'opposizione, e che hanno visto la partecipazione di massa dei giovani della capitale Dakar, ha bloccato una riforma costituzionale che stava per essere approvata dal parlamento. Si trattava, a otto mesi dalle prossime elezioni presidenziali in agenda nel febbraio del 2012, di modificare la legge elettorale palesemente favorendo Abdoullaye Wade, l'attuale presidente che sta svolgendo il suo secondo mandato ed è intenzionato a candidarsi per la terza volta, in base ad una interpretazione peraltro discutibile dell'articolo di legge che limita a due i mandati presidenziali che un senegalese può ricoprire. Poiché tale norma è in vigore dal 2001, i giuristi vicini al presidente sostengono che nel caso di Wade il primo mandato, iniziato nel 2000, non debba essere tenuto in considerazione. Ottenuto di potersi ricandidare, la riforma costituzionale contestata ne avrebbe garantito la vittoria senza dubbio. Infatti dimezzava, portandola al 25%, la percentuale minima dei voti necessari per ottenere la vittoria al primo turno delle presidenziali: un traguardo che, pur mettendo in conto un calo di consensi, Wade è in grado di raggiungere. Una seconda modifica costituzionale inoltre istituiva la carica di vicepresidente. Secondo l'opposizione, Wade, che ha compiuto 85 anni, intenderebbe affidarla ad un figlio, preparando di fatto la propria successione nel tentativo di trasformare la presidenza in un'istituzione dinastica, come è già successo in Togo, Repubblica Democratica del Congo e Siria. Il parlamento era riunito e in procinto di votare quando le proteste nelle strade della capitale hanno convinto le autorità a sospendere il voto.

Se in Senegal l'esempio delle piazze arabe ha indotto alla prudenza il governo e ha dato ardimento e forza alla popolazione, con il risultato di impedire, almeno per il momento, quello che i protagonisti della contestazione hanno definito «un tentativo di colpo di Stato», in Marocco si è registrato un passo in avanti verso la democrazia ancora più importante. Le proteste popolari infatti hanno accelerato un processo peraltro già avviato negli ultimi 10 anni da re Mohamed VI e di cui la riforma del diritto di famiglia, varata nel 2004, ha costituito una delle pietre miliari. Nelle scorse settimane una commissione nominata dal re ha messo a punto una nuova Costituzione, che il 1° luglio la popolazione è chiamata a valutare tramite un referendum. Uno dei punti centrali della riforma costituzionale è dato dal rafforzamento dei poteri del parlamento e soprattutto del primo ministro, che d'ora in poi, se al referendum prevarranno i sì, non sarà più nominato dal re, ma sarà espressione del partito di maggioranza. Il premier avrà facoltà di partecipare alle riunioni parlamentari anche in assenza del sovrano, di sciogliere il parlamento, di nominare funzionari e amministratori finora scelti dal re. In altre parole, il Marocco si accinge a diventare una monarchia costituzionale. Una parte della popolazione chiede riforme ancora più radicali e coraggiose. Fa capo al movimento «20 febbraio», lanciato on line dai giovani marocchini sull'esempio dei loro coetanei tunisini ed egiziani. Procedere per gradi e poi difendere le conquiste conseguite può essere una via migliore.




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