Il Pdl riparte da Alfano. E Alfano riparte dal 1994. Nostalgia? No, perché è solo ritrovando e riscoprendo le proprie radici che è possibile costruire il futuro. E il bravissimo Angelino così ha fatto, ricordando la sua adesione a Forza Italia sin dai primordi, in occasione delle elezioni provinciali di Agrigento, a soli 23 anni. «La memoria - diceva sant'Agostino - rende presenti le cose passate». E così il passato del '94 riporta all'oggi di una storia ancora viva. Una storia che non è al tramonto, come vorrebbero farci credere certa sinistra e l'intellighenzia salottiera e gazzettiera, che da diciassette anni profetizzano invano la fine del movimento berlusconiano. Una storia che vive perché è storia di uomini e donne in carne ed ossa. Uomini e donne che il carisma di Silvio Berlusconi ha saputo trasformare in una comunità politica che si è affermata come nuova classe dirigente del Paese dopo la sciagura del '92-'93.
Il '94 è il punto sorgivo di questa storia. La «lucida e visionaria follia» di Silvio Berlusconi, la scelta di fondare un partito in poche settimane per contrastare l'avanzata della «gioiosa macchina da guerra» della sinistra, sono l'origine di ciò che c'è oggi. E' quell'appello agli italiani, quel rivolgersi al popolo, quella dichiarazione d'amore per il nostro Paese e per tutto ciò che esso rappresenta come ideali, come cultura, come tradizione.
Così Alfano ha fatto intendere chiaramente che il compito che da oggi lo attende alla guida del Pdl è in continuità con quell'inizio. E' appunto - ha detto riprendendo un'espressione usata da Berlusconi - un «nuovo inizio». Non si tratta di far rivivere il famigerato «spirito del '94», ma di essere consapevoli di chi si è, della portata politica di quel punto sorgivo e delle sue implicazioni storiche. Senza questo, non c'è tecnicismo e costruttivismo di partito che tenga. Perché vive solo ciò che non taglia i legami con le sue radici, con ciò che dà linfa all'agire e al fare. Il tran tran quotidiano e il chiacchiericcio di palazzo non possono, non devono seppellire quell'entusiasmo, quella «spinta propulsiva», infine quella fede nella libertà che costituisce il Dna del movimento che ha avuto inizio diciassette anni fa.
E il primo grande merito di Alfano è stato quello di risvegliare, con il suo intervento, questo entusiasmo, di ricordare che ciò che è nato dall'iniziativa di Berlusconi non è un ferro vecchio della vicenda politica italiana, non è un residuato bellico di un'epoca conclusa, non è un pezzo da museo da far studiare agli esperti di archeologia politica. Siamo in campo e ci siamo con la nostra storia, con la nostra identità, con i nostri valori, ha detto il segretario del Pdl. Siamo in campo perché milioni di italiani si riconoscono in ciò che noi rappresentiamo. Siamo in campo e vogliamo restarci per dare al Paese un futuro all'altezza del suo nome e della sua grandezza. Tutto il resto viene dopo. Buon lavoro, Angelino.
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