Più delle cronache giornalistiche parlano le immagini diffuse su internet e trasmesse dalle tv: la guerriglia scatenata domenica in Val di Susa dai black bloc rappresenta un gravissimo tentativo che non è esagerato definire di eversione. Perché una cosa va detta chiaramente: la Tav è un'opera strategica per lo Stato italiano, che riconosce in essa uno strumento decisivo per agganciare le grandi rotte del commercio internazionale. Senza la realizzazione di tale opera, l'Italia rimarrebbe letteralmente tagliata fuori dal mondo sviluppato, con conseguenze esiziali in termini di crescita e competitività economiche. La violenza andata in scena in Piemonte è dunque violenza contro importanti interessi nazionali, riconosciuti come tali dalle istituzioni democratiche del Paese.
In ballo, quindi, non vi è soltanto la Tav in sé e per sé considerata, quanto l'autorità dello Stato, che non può e non deve cedere di fronte a episodi come quelli di domenica. Ciò comporta la piena legittimità dell'uso della forza per contrastare chi - come detto - con la violenza si oppone a deliberazioni assunte nel pieno rispetto delle forme e della sostanza democratiche del nostro ordinamento. Si tratta, cioè, di un uso democratico della forza contro l'uso ictu oculi anti-democratico della violenza. Laddove lo Stato si ritraesse di fronte a fatti simili, il vulnus peggiore lo subirebbe perciò proprio la democrazia, che va invece difesa con le unghie e con i denti - come è accaduto - dinanzi agli attacchi dei suoi nemici.
Su questo punto, per fortuna, sembra esservi ampio consenso tra le forze politiche presenti in parlamento: le dichiarazioni di molti esponenti del centrosinistra ascoltate domenica vanno in questa direzione (anche se, a dire il vero, non sono mancati i soliti distinguo da parte dell'ala più radicale ed estremista della gauche nostrana). Importante la ribadita volontà, da parte del governo e della maggioranza, di andare avanti con la realizzazione della Tav. E importanti anche le parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e quelle del sindaco di Torino, Piero Fassino. Segno, in un tempo di forti contrapposizioni, di una coscienza comune, di un fronte unitario attorno ad un interesse vitale per il Paese. Attorno alla stessa idea che l'unica opposizione legittima ad un'opera strategica è quella che si manifesta in modo democratico e pacifico. Il dissenso che sfocia nella violenza non è in alcun modo tollerabile da parte dello Stato.
E' fondamentale, ora, che questo fronte unitario lavori a testa bassa per consentire in tempi celeri che la Torino-Lione prenda il largo, in modo che sia garantito l'accesso ai fondi europei e che, senza ulteriori rinvii, si faccia ciò che deve essere fatto. La consapevolezza dell'importanza delle grandi opere per il futuro dell'Italia diventi sempre più patrimonio comune di forze politiche che sanno anteporre all'interesse di parte l'interesse generale del Paese.
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