Il senso di una mediazione viene meno quando le parti in causa non sono disposte a fare concessioni. È quel che sta succedendo nel caso della Libia, dal momento che il Cnt, il Consiglio nazionale di transizione, organismo costituito dai clan in rivolta contro il governo di Tripoli, respinge ogni proposta di negoziato che non presupponga la definitiva e totale scomparsa di scena del presidente Muhammar Gheddafi e di tutta la sua discendenza, nonostante che i Gheddafi siano leader di una parte consistente della popolazione libica, come dimostra, ormai da cinque mesi, la loro capacità di resistenza e di reazione agli attacchi dei clan avversari di Cirenaica e delle forze Nato che li sostengono. A complicare le cose vi è il fatto che il Cnt, pur essendo nota la sua composizione, limitata a una parte dei clan libici, è stato riconosciuto da molti Stati come autorità legittima e come unico organo rappresentativo di tutto il Paese. In sostanza, come è successo nei mesi scorsi con il presidente della Costa d'Avorio Laurent Gbagbo, tutti vogliono la testa del colonnello Gheddafi.
Ultima in ordine di tempo, anche la Turchia ha deciso pochi giorni or sono non soltanto di riconoscere il Cnt, ma di partecipare al conflitto civile libico dalla parte degli insorti. Lo ha fatto, per il momento, con interventi sul fronte finanziario, congelando i beni della famiglia Gheddafi e stanziando 200 milioni di euro in favore del Cnt. L'iniziativa turca ha rafforzato i leader cirenaici proprio mentre l'Unione Africana tentava di convincere i contendenti ad avviare dei negoziati sulla base di un piano di pace elaborato nelle scorse settimane, discusso e approvato durante il XVII summit dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell'organismo panafricano, svoltosi a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, dal 29 giugno al 1° luglio. Il piano avrebbe dovuto essere presentato al Cnt e alle autorità governative libiche da un comitato composto dai presidenti di cinque Stati africani, ma è stato già respinto dai ribelli, che pongono come condizione all'avvio di trattative l'allontanamento dalla Libia di Gheddafi, dei suoi figli e dei suoi più stretti collaboratori.
Nel frattempo, a ostacolare ulteriormente il tentativo di mediazione dell'Unione Africana è intervenuta la Corte penale internazionale dell'Aja (Cpi), che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti di Muhammar Gheddafi, di suo figlio Seif al-Islam e del capo dei servizi segreti libici, Abdallah Al-Senoussi, accusati di crimini contro l'umanità commessi dall'inizio del conflitto civile. Gli Stati sottoscrittori della Cpi si impegnano ad arrestare chi è oggetto di un suo mandato internazionale di cattura qualora transiti entro i loro confini nazionali. L'iniziativa della Cpi - sostiene a ragione l'Unione Africana - rende quindi più improbabile una resa di Gheddafi, l'eventuale scelta dell'esilio, con la prospettiva di un arresto e di anni di carcere in attesa di giudizio. In altre parole, l'incriminazione può solo indurre il colonnello a combattere a oltranza, fino alla vittoria o alla morte.
Durante il summit di Malabo l'Unione Africana, dopo aver dichiarato nei giorni precedenti di ritenere che le forze della Nato siano andate «oltre i termini fissati dalla risoluzione delle Nazioni Unite», ha espresso formalmente il proprio disappunto: la Cpi «non fa altro che gettare benzina sul fuoco», ha detto il presidente della Commissione dell'Unione Africa, Jean Ping, rammaricandosi per la vanificazione degli sforzi compiuti. Quindi, il 1° luglio, a conclusione del vertice, ha annunciato che, per decisione unanime, i 53 Stati membri (54 tra pochi giorni, con la nascita della Repubblica del Sud Sudan), non daranno esecuzione al mandato, inclusi quelli che hanno aderito alla Corte. Inoltre ha rivolto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta di avviare la procedura prevista per l'annullamento del procedimento della Cpi.
Non è la prima volta che la Corte dell'Aja interviene intempestivamente, mettendo in difficoltà i mediatori internazionali. È successo anche nel 2008, allorché spiccò un mandato di cattura contro il presidente del Sudan, Omar Hassan el Bashir, mentre erano in corso le difficili trattative per ottenere che Khartoum e i movimenti antigovernativi del Darfur accettassero di firmare il cessate il fuoco.
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