Con la caduta del Muro di Berlino la comunità internazionale sembrava andare incontro ad una sorta di pace perpetua, scacciando definitivamente gli spettri dei conflitti che avevano contribuito a rendere il Novecento il secolo delle guerre, il più sanguinoso di tutta la storia dell'umanità. In realtà ci si è subito accorti che, diradandosi le nebbie della guerra fredda, sono comunque emersi problemi di stabilità internazionale difficili da contrastare con i vecchi eserciti dell'era bipolare, pensati per far fronte a minacce su vasta scala. Di conseguenza è iniziato quel processo di aggiornamento delle organizzazioni militari e degli stessi modelli di difesa delle società occidentali per fronteggiare minacce divenute multiformi, diffuse e multidirezionali. Con l'avvento del nuovo secolo si è poi affacciato prepotentemente un nuovo e più subdolo rischio, derivante da azioni terroristiche e del crimine organizzato, con caratteristiche (soprattutto la molteplicità di attività asimmetriche) che fuoriescono dai canoni del conflitto convenzionale.
I rischi vanno quindi oltre i conflitti nazionali. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, la «quantità di rischio» accettato da uno Stato inserito in coalizioni internazionali rappresenta il livello di minaccia che tutti sono chiamati a fronteggiare, in una condivisa unità d'intenti. Rispetto al passato, le sfide attuali sono di natura più articolata e complessa, e richiedono risposte più ampie e diversificate. L'azione internazionale, oltre ai tradizionali strumenti politici, diplomatici, economici, culturali e di cooperazione, fa sempre più ricorso allo strumento militare, divenuto uno degli indicatori essenziali della credibilità e affidabilità del sistema-Paese nell'ambito delle relazioni internazionali.
E' dentro a questo scenario che si è svolto oggi al Quirinale il Consiglio supremo di Difesa, alla presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e di alcuni ministri del governo. Il Consiglio supremo ha fornito prime importanti indicazioni sul ruolo e sul valore che le missioni internazionali dovranno assumere. E' su questo sfondo che vanno analizzate le operazioni attualmente in corso in Afghanistan, Libano, Kosovo e Libia. Le prime notizie vanno nella direzione di una generale conferma dell'impianto delle missioni in atto, seppur con numeri tendenti ad una riduzione graduale, come sostenuto dal ministro La Russa a proposito del nostro impegno militare in Afghanistan. Il responsabile della Difesa ha affermato che partirà una diminuzione del nostro sforzo in ISAF ad iniziare da fine 2011, con la graduale conclusione dell'impegno fino al 2014.
L'exit strategy dall'Afghanistan è stata infatti attuata in primis dagli Stati Uniti, che mantengono il più alto numero di effettivi a sostegno della transizione democratica del Paese. L'impegno dell'Italia in tale contesto non è di tipo unilaterale: i nostri soldati contribuiscono allo sforzo collettivo avviato da oltre un decennio dalle organizzazioni internazionali. Sarebbe quindi oltremodo autolesionistico pensare di agire unilateralmente, come ha suggerito qualcuno sulla stampa nazionale. Contro questa sciagurata ipotesi si è espresso anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a margine di un'audizione davanti alle commissioni Esteri e Cultura della Camera: «C'è una forte volontà da parte del governo, di cui abbiamo informato il capo dello Stato, di mantenere gli impegni con le istituzioni e con le organizzazioni internazionali, e di lavorare consapevoli che questi impegni sono una questione di serietà dell'Italia nei confronti del mondo».
Ne consegue che si possono e si debbono graduare gli impegni in campo internazionale, sottoponendoli a verifica per valutarne l'efficacia, ma è fuor di dubbio che sconsiderate scelte unilaterali porterebbero l'Italia ad essere poco credibile e a perdere il suo peso politico tra gli alleati. E' chiaro, infatti, che assumere un ruolo internazionale, ancorché oneroso, presenta indubbi vantaggi politici in termini di prestigio, come avvenne nel'800 in Crimea, quando l'abile Cavour inviò una missione militare del Regno Piemontese per ottenere credito nei consessi internazionali.
Trattare dunque le missioni all'estero solo in termini di vincoli di bilancio è riduttivo e pericoloso, perché esse rappresentano un valore strategico non solo per il nostro sistema di sicurezza, che da oltre cinquant'anni è saldamente ancorato e si muove in raccordo con i nostri maggiori alleati, ma anche per la credibilità internazionale del Paese.
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