Legge ed etica rivestono senza dubbio un'importanza fondamentale nell'assetto di uno Stato moderno e civile: il diritto positivo e quello naturale, così come l'insieme di norme non scritte che discendono da consuetudine e tradizione, costituiscono la trama primaria del nostro tessuto sociale. In assenza di questi elementi costitutivi non può esistere democrazia, non può esistere convivenza civile, non possono esistere crescita e progresso. Allo stesso modo la «macchina sociale» si inceppa, talvolta irreparabilmente, nel momento in cui viene meno la sinergia naturale tra questi tre elementi, ovvero quando uno dei tre acquisisce preminenza assoluta rispetto agli altri, cannibalizzandoli. Non solo: l'integrazione tra diritto positivo e consuetudinario ha una specificità unica, irripetibile ed irriproducibile che discende, naturalmente, dall'altrettanto unica, irripetibile ed irriproducibile evoluzione storica di una determinata nazione.
Storie, popoli e nazioni presentano per loro stessa natura differenze congenite non omologabili né azzerabili attraverso innaturali e pericolose «iniezioni legislative». Ne discende che acquisire come paradigma assoluto un determinato assetto etico-giuridico cui conformare forzosamente il proprio, specifico, assetto statale è un'operazione irrazionale e potenzialmente devastante, oltre che intrinsecamente antistorica.
Vero è che, soprattutto nei momenti di crisi quale quello che stiamo oggi vivendo, si sviluppa la tendenza all'esterofilia acritica, a ritenere sempre e comunque l'erba del vicino più verde della propria, ad abbandonarsi a slanci moralistici che si fermano all'apparenza delle cose, privilegiando la forma a scapito del contenuto. Si guarda con spassionata ammirazione alla Germania, dove l'ex ministro della Difesa si è dimesso poiché pare abbia copiato di sana pianta la propria tesi di dottorato, o all'Inghilterra, dove due ministri si sono dimessi, l'uno per non aver pagato i contributi alla colf, l'altra perché è risultato che a sua insaputa il marito avesse pagato con carta di credito governativa due film per adulti sulla pay-tv. Si applaude il solitamente vituperato e criticato sistema giudiziario americano nel momento in cui riduce in ceppi Dominique Strauss-Khan salvo poi rimangiarsi tutto e far finta di nulla quando il castello accusatorio nei confronti dell'ex presidente del Fmi crolla fino all'ultimo pezzo e la procuratrice responsabile dell'indagine rischia di finire ad insegnare dattilografia comparata ad Anchorage (Alaska), come del resto è giusto che sia.
Allora, delle due l'una: o facciamo una bella inversione di 180 gradi e ristabiliamo un nesso causale tra «peccato» e »reato», operazione che, va da sé, implica la preminenza della religione sull'etica, oppure finiamo in caduta libera nel pozzo senza fondo dell'ipocrisia. Ma una società «progressista» e infiltrata di modernismo quale quella attuale ha, per forza di cose, abolito per legge il concetto stesso di «peccato»: non resta pertanto nulla se non esasperare fino al parossismo il primato dell'etica, con conseguenze a dir poco contraddittorie, incoerenti e, soprattutto, estremamente nocive.
In particolare, nei Paesi permeati dal «rigore» calvinista, come la Germania e l'Inghilterra, assistiamo a situazioni paradossali. Nessuno si chiede se i ministri dimissionari di cui sopra fossero o meno competenti e preparati e se, di conseguenza, avessero svolto in maniera efficace il proprio mandato: basta un neo nella carriera universitaria o una «distrazione», sia essa dolosa o colposa comunque poco significativa, per demolirne l'immagine, la presentabilità, la carriera. Il caso dei film osè, poi, presenta un aspetto quasi inquietante: non conta tanto il contenuto delle pellicole, quanto più il fatto che siano state indebitamente pagate con denaro pubblico. Quindi nulla sarebbe cambiato se al posto di due film vietati ai minori il marito di Jaqui Smith avesse acquistato due classici Disney. La tanto decantata etica puritano-calvinista si riduce quindi ad una mera deificazione del denaro pubblico: pura forma, nessuna sostanza. Ergo: nel tuo privato e col tuo privato fai pure quel che vuoi, basta non toccare il denaro dei contribuenti.
Qualcuno potrebbe sostenere che questo approccio è giusto e sacrosanto, poiché in apparenza rispondente a principi liberali e democratici. Spiace, ma così non è. L'approccio liberal-democratico, contrariamente a quello di matrice hegeliana-marxista, privilegia sempre il contenuto rispetto alla forma: per filosofeggiare un poco, presuppone l'esistenza di una «tesi» senza necessità di una «antitesi» e di una conseguente sintesi, a pena di scadere nella destrutturazione totale, con successivo scollamento del tessuto sociale. Fuor di metafora, ha poco, pochissimo senso stigmatizzare il «detournemant de pouvoir» in contesti in cui è stata nuovamente legalizzata la prostituzione (e a quale principio etico corrisponde una tale decisione?), come in Germania, o dove l'inefficacia delle politiche sociali improntate al permissivismo estremo ha fatto proliferare a dismisura il numero di ragazze madri infraquattordicenni come in Inghilterra, dove per far fronte ad un'emergenza giuridica oltre che sociale si è addirittura pensato di abbassare la soglia della maggiore età per impedire ad innumerevoli ragazzi-padri di finire in correzionale.
Per quanto riguarda in particolare il Regno Unito, tale emergenza è stata indubbiamente alimentata, se non scatenata, da un provvedimento adottato dall'amministrazione Blair che, se pur positivo negli intenti, è stato catastrofico negli esiti, ovvero la somministrazione di un cospicuo assegno di supporto alle madri single senza alcun criterio di selezione preliminare: ergo la «chav-generation», parola di origine Rom che indica i teen-ager spiantati, ovvero né studenti né lavoratori, si è immediatamente data da fare per garantirsi attraverso la baby-maternità un comodo sussidio di Stato che ha così prodotto il nefasto risultato di congelare la già scarsissima mobilità sociale propria della Gran Bretagna. Tale è stato l'impatto economico causato da questo poco ponderato provvedimento da costringere i governi successivi ad aumentare le imposte, tra cui la Vat, equivalente dell'Iva, e le tasse universitarie (vertiginosamente cresciute), aumentando così il livello già molto elevato di sperequazione sociale.
Alla luce degli esempi riportati, marginali in apparenza ma significativi come indice di una contraddizione pesantemente incidente sul sistema-Stato complessivo, possiamo trarre alcune conclusioni. In primo luogo non ha alcun senso sul piano politico richiamarsi al presunto «rigore morale» di contesti statali diversi dal nostro, poiché ogni Paese fa storia a sé e, soprattutto, perché non è tutto oro quel che luccica, anzi, spesso dietro il formalismo e il culto apparente della legalità tipico dei Paesi protestanti si celano insanabili ipocrisie che producono effetti devastanti sul piano sociale. In secondo luogo il primato dell'etica non garantisce in alcun modo né l'efficienza, né la preparazione, né la qualità di una classe politica: se la «presentabilità», concetto estremamente evanescente e nebuloso, diviene unico criterio selettivo, la classe politica medesima può farsene scudo per coprire la propria inefficienza, come è accaduto, ad esempio, in Spagna e Portogallo, Paesi i cui leader, Zapatero e Socrates, hanno sempre goduto di manifesta compiacenza da parte dei media fino a che non hanno portato le rispettive economie al disastro completo. In terzo luogo faremmo certamente meglio se imparassimo a convivere con le nostre contraddizioni autoctone, sempre e comunque temperate dal nostro italico buon senso, anziché volere a tutti i costi importarne di nuove, non solo inutili ma pericolosamente dannose.
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