Dopo quasi 23 anni le carte sulla complicata tavola strategica del «lodo Mondadori» cambiano nuovamente, guarda caso in un momento politico molto particolare e delicato: il dado è tratto e la sentenza emessa. Sentenza esecutiva che consente alla Cir di accaparrarsi senza indugio circa 540 milioni di euro più un'altra ventina di milioni a titolo di interesse a danno di Fininvest. E' l'ultimo capitolo, in ordine di tempo, della cosiddetta «Guerra di Segrate», ovvero della battaglia finanziaria che vide contrapposti Carlo de Benedetti e Silvio Berlusconi per il possesso di Mondadori. Ma dietro questa «guerra bianca» si cela ben di più: due modi assolutamente diversi di intendere il sistema-Italia, la finanza, il modello imprenditoriale, la politica, la stampa e l'editoria. Due concezioni del mondo abissalmente incompatibili una con l'altra, che sottolineano ineluttabilmente una diversità, una differenza ed una alterità la cui cifra è chiaramente rinvenibile nella storia personale e professionale dei due contendenti. Di Silvio Belrusconi sappiamo tutto e anche di più: soprattutto che fu sempre considerato, almeno fino a metà degli anni '80, un imprenditore importante ma di secondo piano. Troppo poco spregiudicato, poco apprezzato e considerato dal grande capitalismo familiare italiano (Fiat tutti), nessuna copertina di «Life» o «Times» dedicatagli in qualità di uomo dell'anno, amico personale di Bettino Craxi e non particolarmente simpatico all'establishment democristiano. I comunisti? Manco lo consideravano, presi com'erano a gridare «Agnelli e Pirelli, ladri gemelli!». Un Berlusconi, insomma, guardato con divertita superiorità dall'Italia che contava allora. Eppure quest'uomo non sbagliò un solo colpo: dall'edilizia alla televisione, passando per l'editoria e arrivando infine alla politica egli ha costruito con le sue sole forze la più importante realtà imprenditoriale italiana senza mai ricorrere ad un centesimo di denaro pubblico, senza mai aver preteso quei finanziamenti a pioggia tanto cari al suo avversario di sempre (così come a Lcdm) senza aver mai fatto ricorso alla cassa integrazione o al licenziamento di massa. Ha, in una parola, introdotto un nuovo modello di intrapresa in Italia: quello giusto; ossia fondato sulla responsabilità dell'imprenditore di fronte a uomini e capitali e non sulla sistematica socializzazione delle perdite. Storia polarizzata agli opposti quella dell'«Ingegnere»: Carlo de Benedetti nasce «sulle terrazze», come si usa dire a Roma, forte di una piccola ma ben avviata impresa familiare, la «Compagnia Italiana Tubi Metallici», azienda di proprietà del padre nella quale egli inizierà a lavorare appena laureato. Dopo l'acquisizione e la trasformazione della «Gilardini» un ex compagno di liceo intercede presso la più potente famiglia italiana del tempo: la sua. Quell'ex compagno di scuola si chiama infatti Umberto Agnelli, il quale sponsorizza la nomina di Carlo de Benedetti come amministratore delegato di Fiat. Siamo nel 1976: l'ingegnere rivestirà il prestigioso incarico per circa 4 mesi, per essere poi cacciato in malo modo. Cosa accadde? Trent'anni dopo l'episodio de Benedetti sosterrà che c'erano «pesanti divergenze» in tema di gestione del personale e ottimizzazione delle risorse umane, nel senso che egli sosteneva la necessità di ridurre pesantemente gli organici mentre il direttorio familiare Fiat non si sentiva di appoggiare tagli draconiani alla manodopera. Come sempre accade ogni volta che si incoccia la strada dell'ingegnere...la realtà è un tantino diversa: forte della sua immagine, oltre che del pacchetto azionario Fiat, ammontante al 5%, che gli fu conferito a inizio incarico, de Benedetti si buttò a testa bassa, forse un tantino maldestramente, nella temeraria impresa della scalata al capitale azionario della fabbrica torinese, forte di una misteriosa cordata di supporter elvetici (l'ingegnere ha cittadinanza svizzera). Purtroppo per lui il mastino di casa Fiat, Cesare Romiti, stava ben in guardia e non appena de Benedetti mise inequivocabilmente le «mani nella marmellata», l'eminenza grigia di Villar Perosa fece la spia all'«Avvocato» Gianni Agnelli, il quale diede il ben servito allo spregiudicato e malaccorto scalatore dopo soli quattro mesi. Nel 1978 de Benedetti inizia l'avventura che più di ogni altra ne qualifica l'attitudine imprenditoriale: Olivetti. La storica azienda che produceva centraline di tiro per artiglieria navale era messa parecchio male: indebitata fino al collo rischiava il fallimento. L'ingegnere la rileva e ne amplia la produzione: computer, fax, stampanti, fotocopiatrici e, soprattutto, registratori di cassa, i quali diventeranno obbligatori di lì a poco garantendo un cospicuo ed automatico cashflow all'azienda di Ivrea. Tutto bene e tutto fantastico, quindi? No, ovviamente. Per una semplice ragione: il target di de Benedetti non fu il mercato «consumer», bensì quello istituzionale: fare cassa con le ricchissime commesse statali rendeva certamente di più che vendere un computer ad ogni famiglia italiana. Soprattutto acclarato il fatto che i computer e le periferiche della Olivetti si distinguevano per due elementi che ne azzeravano l'appetibilità per il grande pubblico: erano prodotti estremamente scadenti e arretrati sul piano tecnologico e costosissimi rispetto ai prodotti stranieri, all'epoca soggetti, però, a voracissime imposizioni doganali. Detto e fatto gli M-24 della Olivetti e i loro derivati vennero venduti prima alle Poste Italiane, quindi alle Ferrovie dello Stato. Senza che questo producesse la tanto sbandierata «rivoluzione informatica» della Pubblica Amministrazione, sia perchè i tempi ancora non erano maturi sia per manifesta inadeguatezza degli strapagati sistemi informatici. Dopo acquisizioni temerarie (Acorn Computers, ad esempio) e cessata l'epoca d'oro dei partiti della spesa, Olivetti finirà in frantumi nel 1996, con buchi di bilancio da Stato sudamericano. Proprio in quell'anno De Benedetti lascerà la sua carica di Ad, restando però presidente onorario. Proprio in relazione all'affare poste fu de Benedetti stesso a firmare nel 1993 un memoriale destinato ai giudici del pool di «mani pulite» nel quale ammetteva di aver pagato una tangente di 10 miliardi di lire per ottenere la commessa dalle Poste. Del resto ne valeva la pena: la commessa da sola valeva circa 400 Miliardi. In relazione a tali dichiarazioni spontanee egli fu arrestato su mandato della Procura di Roma quindi...rilasciato in giornata, prosciolto da talune accuse e prescritto per altre. Alla faccia della lentezza della giustizia italiana...Guai grossi, invece, l'ingegnere li passò in relazione alla vicenda del crack del Banco Ambrosiano: nel 1981 egli entra nell'azionariato del Banco diretto da Roberto Calvi acquisendo il 2% del capitale. Ne diviene vicepresidente e, dopo solo due mesi, lascia l'incarico e rivende tutto il suo capitale azionario realizzando una plusvalenza di circa 40 miliardi di lire. Il tutto a ridosso del tragico fallimento del Banco. Accusato di concorso in bancarotta fraudolenta viene processato e condannato a 8 anni e 6 mesi di reclusione, sentenza confermata pari pari in appello ma smantellata in Cassazione. Sull'uso del «quarto potere» che De Benedetti pose in essere con «La Repubblica» e «l'Espresso», creature editoriali che, inizialmente dovevano confluire nel ricco bottino Mondadori e, quindi, divenire proprietà di Fininvest se una strana e innaturale mediazione stragiudiziale promossa da Giulio Andreotti non avesse mutato lo status quo, ci sarebbero da scrivere libri a carrettate. Basti qui ricordare che uomini delle istituzioni potenti e accreditati temevano una campagna «contro» dell'Espresso molto più di quanto temessero la magistratura, e anche per questa ragione nessuno mosse mai guerra aperta contro Carlo de Benedetti, il quale aveva in Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari i guardiani più feroci ed inflessibili della sua assoluta intangibilità: mettersi contro di loro significava morire (civicamente e politicamente parlando). Menzionare scomode verità in riferimento all'ingegnere pure. Contrastarne il volere non ne parliamo. In conclusione, senza scadere in dietrologie e complottismi paramassonici, ma limitandoci all'analisi del dato reale, il quadro appare abbastanza chiaro: due mondi, due concezioni della vita e del lavoro, due attitudini specularmente opposte. E, se consentite, due diverse incidenze sul bilancio pubblico dello Stato... Condividi questo articolo      
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