 Antonio Gramsci è uno degli autori moderni italiani più studiati, tradotti e commentati al mondo. La ragione di tutta questa attenzione non va cercata solo nel suo innegabile acume e nella sua solida onestà intellettuale. La fortuna postuma prese avvio per mezzo di un «preciso programma politico orchestrato da Palmiro Togliatti e volto alla costruzione dell’egemonia comunista». Questa è la tesi di Operazione Gramsci, un saggio edito da Bruno Mondadori e scritto da Francesca Chiarotto, collaboratrice della commissione per l’edizione nazionale degli scritti gramsciani. «Il Migliore», dopo la svolta di Salerno e ancor più dopo gli accordi di Jalta, fu costretto a configurare il Pci non più come partito rivoluzionario che si rivolgeva alla sola classe operaia ma come un grande partito di massa in grado di coinvolgere anche gli intellettuali. Barcamenandosi in un «difficile equilibrio tra sforzo di autonomia rispetto alle direttive staliniane e la fedeltà all’Unione Sovietica». Togliatti usò con spregiudicatezza l’opera del compagno defunto (con il quale aveva spesso polemizzato) per edificare su nuove basi la via italiana al comunismo e «fondare una pedagogia politica di massa». Il pensatore sardo era perfetto per via della «natura antidogmatica del suo pensiero», il «carattere critico della sua visione del comunismo» e l’acuta «analisi dei limiti della Rivoluzione in Occidente». Nonostante qualche partigiano rosso continuasse a sparare anche dopo il 25 aprile, non c’era nessun Palazzo d’Inverno da occupare; l’avvicinamento dell’Italia agli Usa non faceva certo sperare in clamorosi risultati elettorali: l’unica possibilità rimasta era quella di operare attraverso una «trasformazione molecolare» nel mondo della cultura. Il primo passo fu quello di pubblicare le «Lettere dal carcere», il Gramsci più umano e toccante. Togliatti si preoccupò di censurare tutti i passaggi contenenti riferimenti a Bordiga, Trozckij e Rosa Luxemburg: gli eretici del comunismo, le bestie nere di Stalin. Poi occorreva un editore simpatizzante ma non direttamente riconducibile al Pci: fu trovato in Giulio Einaudi. Il figlio dell’intellettuale liberale che stava per diventare il secondo Presidente della Repubblica offriva diverse garanzie: una notevole tiratura, un gruppo di intellettuali comunisti che lavoravano in redazione, uno spessore culturale in grado di giustificare l’inserimento di Gramsci «in una catena ideale di padri della patria». Einaudi accettò non solo il progetto ma anche la creazione di una commissione con il ruolo di «cinghia di trasmissione fra la casa editrice torinese e il partito». Le lettere uscirono nella primavera del 1947 in 45000 copie, ma il vero lancio pubblicitario avvenne nell’agosto di quell’anno. La giuria del premio Viareggio, influenzata da Massimo Bontempelli, fresco di conversione dal fascismo al comunismo, e dal latinista Concetto Marchesi, aggiudicò la vittoria all’autore scomparso da dieci anni (deludendo le aspettative di Moravia, in corsa quell’anno con «La Romana»). Si trattò di «un riconoscimento politico, più che letterario», e l’unico intellettuale d’area che espresse qualche perplessità fu il meno ideologizzato Cesare Pavese. «Iniziava un percorso che attraverso i tre successivi decenni avrebbe realizzato compiutamente la creazione dell’icona e del mito così come Togliatti lo aveva concepito». Alle raffinate edizioni Einaudi presto si affiancarono più rozzi opuscoli a cura della Commissione propaganda del Pci. In quelle pagine Giancarlo Pajetta si spinse fino all’imbarazzante paragone fra Gesù Cristo e il nuovo Messia del comunismo. Condividi questo articolo      
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