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Numero 476
del 22/05/2012
Libia: guai in vista per l'Eni? PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
martedì 19 luglio 2011

libia-100.jpgTripoli ha deciso di interrompere ogni collaborazione con l'Eni. Lo ha detto il primo ministro libico Al-Baghdadi Ali Al-Mahmoudi il 14 luglio, alla vigilia del quarto vertice del Gruppo di contatto sulla Libia svoltosi a Istanbul. Inoltre il premier libico ha annunciato la rottura del rapporto di partenariato della Libia con l'Italia e ha dichiarato che in futuro il nostro paese non otterrà più contratti petroliferi. La decisione italiana di prendere parte alla guerra della Nato contro il colonnello Gheddafi ha comportato, secondo il governo libico, la violazione di un punto fondamentale del Trattato d'amicizia, partenariato e cooperazione firmato nell'agosto del 2008 a Bengasi: l'articolo 4 in base al quale le parti contraenti si erano impegnate ad astenersi da «qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell'altra Parte». «Nel rispetto dei principi della legalità internazionale - recitava ancora l'articolo 4 - l'Italia non userà né permetterà l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa. Il ministro Frattini replica alle dichiarazioni del primo mini libico «siamo noi che non vogliamo e non possiamo fare contratti con Tripoli, sono sotto embargo.

Le conseguenze della decisione di Tripoli si vedranno nelle prossime settimane. Fondamentali saranno ovviamente gli sviluppi militari e diplomatici del conflitto. Intanto l'Eni deve affrontare in Nigeria, da decenni primo produttore di petrolio del continente africano, altri problemi sempre legati alla scelta italiana di schierarsi al fianco della Nato contro il presidente libico e di riconoscere come organo legittimo e rappresentativo dello stato libico il Consiglio nazionale di transizione, l'organismo costituito dai clan cirenaici in rivolta contro il governo di Tripoli.

In Nigeria gli interessi italiani sono minacciati dal Mend, Movimento per la liberazione del Delta del Niger, il principale gruppo armato della regione in cui si concentrano i giacimenti di petrolio del paese, che da anni lotta per ottenere che i proventi dello sfruttamento petrolifero vengano utilizzati per lo sviluppo e il benessere delle popolazioni del Delta. Lo scorso mese il Mend, nonostante che nel 2010 abbia accettato di sospendere gli attentati alle strutture petrolifere e i rapimenti del personale impiegato nelle attività estrattive e stia trattando con il governo nigeriano le condizioni per deporre le armi, ha fatto sapere con un lungo messaggio consegnato all'agenzia di stampa Ansa di essere pronto a riprendere i combattimenti se non verranno soddisfatte le sue richieste e in particolare di voler attaccare le installazioni dell'Eni fino alla loro distruzione completa per vendicare le vittime civili in Libia, di cui accusa l'Italia per il suo coinvolgimento nella guerra «scatenata dai paesi occidentali al fine di depredare le risorse minerarie libiche».

L'ostilità del Mend nei confronti dell'Eni, e delle altre industrie straniere presenti nel paese, ha anche altre motivazioni che rendono ancora più concreta la minaccia. Da sempre le popolazioni del Delta del Niger, frustrate dal fatto di continuare a vivere in estrema povertà mentre da mezzo secolo immense ricchezze prendono la via della capitale e vanno sprecate, accusano le compagnie petrolifere straniere di complicità con il governo centrale. L'Eni merita di essere punita - spiegava il comunicato del Mend inviato all'Ansa - per aver «partecipato per decenni al saccheggio del petrolio del Delta del Niger aiutando l'esercito nigeriano a fare terra bruciata e a perpetrare un genocidio ai danni dei cittadini del Delta».

Dal 1960, anno dell'indipendenza, si calcola che siano stati sottratti ai fondi pubblici circa 400 miliardi di dollari e secondo la Commissione per i crimini economici e finanziari, istituzione creata durante la presidenza di Olosegun Obasanjo (1999-2007), malgoverno e corruzione sono da considerarsi i fattori che maggiormente hanno contribuito al mancato sviluppo determinando le attuali, persistenti condizioni di povertà (il 64% dei nigeriani vivono tuttora sotto la soglia della povertà). Ma, agli occhi delle popolazioni del Delta, il fatto che l'Eni e le altre imprese straniere paghino per ogni barile di petrolio estratto ed esportato non vale ad assolverle.




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