Ci sono ricordi che fanno male. Ricordi che mai andrebbero cancellati dalla memoria ma, anzi, tenuti sempre ben vividi. Soprattutto quando si fa politica attiva. Soprattutto ai massimi livelli. Con tutta evidenza ciò raramente accade. Certamente non è accaduto ieri a Montecitorio, nel momento in cui la maggioranza dei parlamentari ha volenterosamente acconsentito alla richiesta di arresto del deputato Alfonso Papa da parte della magistratura.
I nostri rappresentanti hanno avuto un pericoloso ed inopportuno vuoto di memoria: si sono completamente dimenticati del parlamento commissariato degli anni 1992-1993 e, a distanza di 18 anni, hanno creato un precedente le cui conseguenze non si limiteranno a crollare come un muro di mattoni sulle spalle di Alfonso Papa, ma avranno una portata ben più ampia e ben più duratura. Una portata assolutamente non prevedibile. Perché ieri una breccia è stata aperta e, mentre i partiti e le forze para-politiche ostili alla maggioranza hanno fatto e faranno di tutto per allargarla a dismisura, la miopia di taluni rappresentanti del centrodestra ha fornito a quegli stessi avversari pale, picconi ed esplosivo. Miopia la cui drammatica evidenza è data da un semplice fatto: non è né plausibile né politicamente accettabile che «il richiamo alla libertà di coscienza» si sia tradotto per una parte minoritaria dei rappresentanti leghisti nel recepimento totale del pensiero e delle parole dissennate di Rosy Bindi, Presidente del Pd, per la quale è cosa buona è giusta consegnare le chiavi del Parlamento alla magistratura pur di abbattere, con ogni mezzo possibile (tranne quello legittimo delle elezioni...), Silvio Berlusconi. Che all'interno della Lega ci sia una minore omogeneità rispetto ad un tempo è cosa evidente e risaputa, così come è noto che per molti leghisti (non tutti e non la maggioranza) una cambio di vertice sia auspicabile: per dirimere questo genere di questioni, però, esistono i congressi di partito, i quali non prevedono che i «lavori preparatori» si svolgano nell'aula di Montecitorio, meno che meno sulla pelle di un collega deputato. Ad aumentare ulteriormente il già elevatissimo livello di surrealtà ha contribuito poi il voto al Senato, che ha graziato il senatore Alberto Tedesco, già assessore alla sanità pugliese. Non tanto perché il Senato ha «premiato» Tedesco mentre la Camera ha punito Papa, (indagato per altro, quest'ultimo, per ipotesi di reato di entità assolutamente minore rispetto a Tedesco e, ad oggi, sostanziate da nessuna prova oggettiva se non le solite «intercettazioni»), quasi a sottintendere che sia accettabile e praticabile una specie di «equo scambio» tra i due rami del Parlamento, quanto più per come è stata montata «ad hoc» la «situazione Tedesco» per mesi per poi essere accuratamente sgonfiata e risolversi in una bolla di sapone. Prevedibile, ovviamente. Ma al di là della prevedibilità resta amaramente «ammirevole» vedere come, una volta di più, il Partito democratico sia maestro in un certo tipo di ingegnerizzazione della politica. Per mesi e mesi il direttivo del Pd ha adottato una linea improntata al massimo rigore ed alla massima severità nei confronti dell'ex assessore pugliese. La presidente Bindi è arrivata addirittura a minacciare in diretta televisiva il ricorso a «sanzioni estreme» nei confronti di eventuali franchi tiratori che, approfittando del voto segreto, avessero eventualmente votato contro l'arresto per Papa e Tedesco. Gli accorati richiami ad etica e rispetto delle istituzioni della senatrice Finocchiaro sono stati innumerevoli. Il segretario Bersani non è stato da meno, sbandierando ai quattro venti il gonfalone di una «coerenza etica» assoluta del Pd che, alla luce dei fatti, si è rivelato piuttosto tarmato e sfilacciato. Lo stesso diretto interessato, Alberto Tedesco, con piglio commosso da sceneggiata napoletana, è arrivato a chiedere che l'aula non si avvalesse del voto segreto e votasse, palesemente, per il suo arresto. Accidenti quanta virtù civica in un solo partito!! Roba da fare impallidire Muzio Scevola, Cincinnato e Attilio Regolo in un colpo solo. Ora, non possiamo che rallegrarci per il fausto destino toccato al senatore democratico, poiché il garantismo deve avere valore a 360 gradi e non può funzionare ad intermittenza a seconda della maggiore o minore opportunità politica, ma di fronte ad una «maskirovska» così accortamente organizzata, messa a punto e, infine, rappresentata senza la minima sbavatura non possiamo che inchinarci e toglierci il cappello. Perché di questo si è trattato: di una farsa. Una farsa che ha toccato vette di teatralità a dir poco stomachevoli. E' infatti perfettamente plausibile ed ipotizzabile che Tedesco, al di là dei lacrimevoli richiami etici di pura facciata, avesse pienissima coscienza di essere graziato dall'aula. Perché è possibile che uno o due senatori democratici cambino idea e divergano dal diktat di segreteria nel volgere di poche ore per le più disparate e legittime ragioni, ma se detti senatori ammontano a 24 (ventiquattro) è lapalissiano che dietro la facciata giustizialista bindiana si andava ammassando già da tempo la pattuglia dei «responsabili» garantisti a senso unico. Cosa accadrà quindi di questi 24 liberi pensatori? Qualcuno crede davvero che avranno seguito le infocate minacce della Presidente Bindi? E'davvero immaginabile che, come coerenza vorrebbe, questi 24 guastafeste siano espulsi dal partito? Ultimo ma non ultimo, se Tedesco invocava carcere e processo stracciandosi le vesti come Caifa, perché non si è semplicemente dimesso? Pensate che egli, anzi, ha candidamente affermato dopo la «grazia» che lui «non fa il dimissionario di professione», e che quindi permarrà beatamente nel suo seggio a Palazzo Madama. E così si chiude l'ultimo atto, dopo innumerevoli «scene madri» spezzacuore, con un Partito democratico che, se non nella forma, nella sostanza salverà comunque la faccia, perché da oggi nessuno saprà più chi è Alberto Tedesco, mentre tutti sanno, e sapranno per i mesi a venire, chi è Alfonso Papa... Condividi questo articolo      
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