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Numero 476
del 22/05/2012
L'Italia apre le porte alla Cina PDF Stampa E-mail
! di Ylenia Citino
citino@ragionpolitica.it
  
giovedì 21 luglio 2011

frattini-in-cina.jpgÈ tra i pochi paesi ad essere uscito praticamente indenne dalla crisi mondiale. Possiede un decimo del debito a stelle e strisce e 2500 miliardi di dollari stimati in riserve valutarie. Ha un ruolo crescente in Africa ed è la maggiore potenza regionale del Sud Est asiatico. Oggi guarda all'Europa con appetito, nonostante i timori della debolezza finanziaria. È l'impero del Dragone, al quale l'Italia, grazie agli accordi firmati dal Ministro degli Esteri Franco Frattini, sta aprendo le porte.

Dagli agreement sul regime favorevole dei visti al Welfare e all'istruzione, si attiva un dialogo costante per contribuire a rendere più avanzato il regime pensionistico cinese e incentivare l'interscambio degli studenti fra i due Paesi. Frattini, la cui visita sta toccando città importanti come Pechino, Shanghai e Canton, ha incontrato fino ad ora il vice premier Li Keqiang e il direttore del China Investment Corporation Gao Xiqing.

Dal primo incontro è uscito fuori l'impegno a «rafforzare la cooperazione con l'Italia a 360°». Queste le parole pronunciate dal vice premier cinese a fronte della volontà italiana di perorare la sua causa presso l'Unione europea. Due sono, infatti, i temi scottanti che da sempre hanno impedito di saldare fermamente il legame nell'asse Bruxelles-Pechino. Nel 1989 l'Unione europea aveva imposto l'embargo delle armi su Pechino come misura punitiva per il massacro di studenti di Piazza Tiananmen. Dopo vent'anni questo muro al commercio appare quanto mai obsoleto e anacronistico, posto che la Cina è una delle maggiori potenze industriali e di armi ne può produrre ormai quante ne vuole. Il problema, però, è che i palazzi di Bruxelles non riescono a radunare un'opinione monolitica e l'incisività di un Alto Commissario come la Ashton è, ahinoi, flebile. Altro problema. L'Ue non ha ancora riconosciuto alla Cina lo status di economia di mercato. Ciò avverrebbe automaticamente nel 2016, eppure Pechino sollecita affinché tale riconoscimento, per quanto simbolico, intervenga in anticipo. Giusti, però, gli argomenti di chi non ritiene la tigre pronta per il grande ingresso: i frequenti interventi del governo sull'economia, la limitatissima libertà di commercio, la poca trasparenza nella contabilità internazionale e l'alta corruzione nella governance societaria sono ancora dei fattori troppo importanti per essere trascurati.

Eppure la Cina non smette di crescere. Investe in infrastrutture e potenzia e ammoderna il suo apparato industriale. Sembra quasi un gigante dai piedi d'argilla, se si pensa alla carenza di ammortizzatori sociali, protezione sanitaria o pensionistica. Ora che gli Stati Uniti hanno superato il tetto fissato dal Congresso di 14.300 mld di dollari di debito pubblico, Obama si trova, invece, seriamente nei guai. Stando alle teorie geopolitiche più accreditate, fondate sulla perdita in capo al colosso americano dello scettro di potenza mondiale, l'Europa farebbe bene a mantenere forti relazioni con la Cina, candidata per molti a futuro paese leader. E Roma, con l'impegno a portare avanti la sua causa, si pone da ponte fra Bruxelles e Pechino.

Per quanto riguarda il secondo incontro che il ministro Frattini ha avuto con il direttore del China Investment Corporation, invece, bisogna sfatare alcuni luoghi comuni. È sbagliato pensare che se i cinesi investono nel Belpaese, lo fanno per interessi speculativi, per puro opportunismo finanziario o, ancora, perché non sanno più dove piazzare la loro incommensurabile liquidità. Le ottime relazioni che sono state imbastite negli ultimi anni fra i due partner hanno fatto sì che i settori di investimento siano oggi per noi altamente strategici: restauro di edifici di pubblico interesse, tutela del patrimonio artistico, alta velocità, piattaforma logistica dell'Alto Adriatico. Il Cic si è detto pronto non solo a comprare il nostro debito pubblico, ma anche a fare affluire risorse dirette sul nostro territorio. In cambio, Shangai concederà una vetrina privilegiata all'Italia nel cuore dell'Esposizione Universale, che ha contato più di 73 milioni di visitatori. Perciò, se tutto ciò ci fa ricordare, nelle dovute proporzioni, il partenariato strategico del 2003 fra Cina e Europa, quando Bruxelles si sentiva forte della nascita dell'Eurozona e dell'allargamento ad est, oggi dobbiamo riconoscere che l'Europa non è più compatta e si trova in una posizione di debolezza tale da dover concedere ossigeno agli interessi altrui per non doversi vedere sopraffatta dalle turbolenze dei mercati.

Quello che può fare l'Italia, in questo contesto, è tentare di riportare l'attenzione sulle sfide globali che impegnano Europa e Asia congiuntamente, non in funzione antiamericana, ma in un ottica veramente multilaterale, affinché gli sforzi congiunti possano riportare a livelli alti il nostro potenziale di crescita.




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