Mentre la sindrome «nimby» (acronimo di «Not In My Back Yard»), cioè «Non nel mio cortile», si impossessa ancora una volta di sparuti gruppuscoli di guerriglieri urbani in Val di Susa; mentre si scopre, per il tramite delle cronache giudiziarie, che la superiorità morale e giuridica del PD è tutta una menzogna con il coinvolgimento di uomini di spicco (Penati e Pronzato) del partito dei moralisti in torbide storie di tangenti e potere; mentre il terzo polo, scontando una sorta di pena del contrappasso, si costituisce per la terza volta (sic!); mentre il Presidente della Repubblica è molto severo contro la politicizzazione ed i protagonismi delle toghe e il Presidente del CSM (lo stesso Napolitano) è ancor più severo contro la politica , il Governo tenta di ammodernare il pigro, sonnolento e burocraticamente obeso pachiderma sdraiato su un fianco nel bel mezzo del Mediterraneo, cioè l’Italia.
In un Paese qualunque vi sarebbero le fisiologiche, e per quanto aspre pur sempre naturali, contrapposizioni politiche necessarie alla costruzione di una dialettica democratica; in un Paese come l’Italia, stretto da un lato dalla morsa dell’ideologia ambientalista (per cui diventa impossibile costruire discariche, centrali nucleari, rigassificatori, termovalorizzatori, autostrade, ferrovie e ponti), da un altro lato castrato dallo spirito di conservazione che contraddistingue le diverse categorie e i centri di potere ad esse afferenti (per cui diventa difficile l’eliminazione degli ordini professionali come la concreta responsabilizzazione giuridica della magistratura), ogni tentativo di seria riforma inciampa in ostacoli insormontabili, che solo la determinazione ed il coraggio di Silvio Berlusconi possono arditamente superare.
Ecco allora che la riforma istituzionale si presenta non solo e non tanto come un punto del programma elettorale di una qualunque parte politica, ma come la terapia d’urto che consenta al sistema Italia di non morire d’inedia, soprattutto nel periodo di carestia dei mercati internazionali e degli assalti pirateschi degli speculatori. Ecco quindi che occorre abbandonare il bicameralismo perfetto (cioè, per i non addetti ai lavori ed in parole molto semplificanti, la circostanza per cui ogni disegno di legge deve essere approvato in ciascun ramo del Parlamento – Camera dei Deputati e Senatori – senza apportare modifiche, altrimenti deve essere riapprovata da quella Camera che non aveva deliberato sulle modificazioni apportate, con sperpero di tempo, danari e risorse d’ogni genere), trasformando il Senato in un Senato federale delle regioni, cioè costituito dai rappresentanti delle regioni, come il Senato statunitense è composto dai rappresentanti dei singoli Stati.
Il secondo passo dovrebbe consistere in una decisa virata verso una forma di Premierato, cioè di rimodulazione dei poteri e delle prerogative (allargati in taluni casi, diminuiti in tal’altri) del Presidente del Consiglio in particolare e del Governo in generale. Dalle prime indiscrezioni sul progetto di riforma sarebbe certo questo punto, con la possibilità, per il Capo del Governo, di nominare e revocare i ministri, sottraendo così l’azione di Governo alle logiche particolaristiche e campanilistiche delle varie fazioni politiche chiamate a comporre l’Esecutivo, garantendo all’un tempo una migliore efficacia nell’azione di Governo e una più seria e stabile forma di rappresentanza politica nei confronti dei cittadini che hanno votato una determinata maggioranza sperando di vederla operare per il bene del Paese, e non per assistere al pietoso spettacolo del mercato delle poltrone (esperienza quest’ultima in cui le coalizioni di centro-sinistra hanno sempre dato tragi-comiche prove di insuperata maestria ed impareggiabile eccellenza).
Un'altra priorità per il sistema Italia, oltre alla riforma istituzionale, è la riforma del regime delle imposte e delle tasse per garantire una reale boccata di ossigeno a tutti i soggetti (imprenditori, artigiani e liberi professionisti) che subiscono quella che Pascal Salin ha brillantemente definito come «tirannia fiscale» e che è causa primaria del freno alla crescita ed allo sviluppo, come ben sa non solo chi mastica qualche principio di economia liberale, ma soprattutto chi si trova ogni giorno a dover guadagnare una somma della quale quasi il 60% è sottratta dallo Stato.
La quarta ed ultima urgenza dovrebbe riguardare l’ordinamento giudiziario, causa anch’esso di risentimento sociale ( a causa della ingiustizia e del pressappochismo delle decisioni assunte ), e dei ritardi nella soddisfazione degli interessi e dei diritti dei cittadini, con ulteriore ingolfamento dell’intero Paese. La riforma delle istituzioni, allora, si presenta come la più urgente per evitare che l’Italia si suicidi con le proprie stesse mani.
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