freccia_long
Numero 476
del 22/05/2012
Europa e Stati Uniti alle prese con i debiti sovrani PDF Stampa E-mail
! di Emanuela Melchiorre
melchiorre@ragionpolitica.it
  
venerdì 29 luglio 2011

433-29.jpg

Europa e Stati Uniti sembrano accomunati dal pesante problema della sostenibilità del debito sovrano, ma le due realtà sono profondamente diverse. Il dibattito cominciato a Washington a maggio scorso sul debito federale tiene ancora oggi col fiato sospeso tutto il mondo, perché è comparso per la prima volta nella storia americana lo spettro dell'inadempienza del governo federale. Ad ogni fumata nera, ad ogni mancato accordo politico tra Obama e repubblicani, le borse di tutto il mondo reagiscono come fossero eco crescenti. Le borse europee, in particolare, scontano, oltre all'incertezza americana, anche quella legata al finanziamento del debito greco.

Per quanto riguarda il Nuovo Continente le misure da adottare sulle quali si sta facendo sempre più accanito lo scontro politico sono sostanzialmente di due forme, anche se non alternative: da un lato vi è quella sostenuta da Obama e dai democratici che vogliono operare forti tagli al bilancio, ma anche aumentare le imposte dirette, principalmente ai più ricchi, ossia alle famiglie con redditi superiori ai 250 mila dollari l'anno e lottare contro l'evasione; dall'altra vi è la via sostenuta dai repubblicani, contrari a qualsiasi aumento delle imposte e promotori della riduzione del deficit esclusivamente grazie al taglio delle spese federali. Qualsiasi pacchetto di misure che sarà preso, l'obbiettivo sarà quello, per ridurre il deficit federale, di operare tagli di almeno 2,4 trilioni di dollari nell'arco del prossimo decennio. È difficile immaginare, comunque, che un simile obbiettivo possa essere raggiunto, o almeno sfiorato, evitando di aumentare in una qualche misura le imposte. E questo non sarà privo di conseguenze politiche pesanti per Obama, poiché aveva promesso durante la scorsa campagna elettorale il raggiungimento di uno dei sogni americani, più propriamente socialisti, quello della sanità pubblica e disponibile per i meno abbienti, oggi divenuto invece un miraggio. Un brutto biglietto da visita per la sua prossima campagna elettorale, con le elezioni politiche ormai alle porte.

Quindi non solo le riforme delle politiche sociali hanno subìto un forte arresto, ma è quanto mai concreto il rischio che tutto il modello economico americano, della vita spesa a debito, dell'acquisto di case e status simbol al di sopra dei mezzi realmente posseduti, debba cambiare fortemente. Uno stile di vita fino ad ora garantito dai cosiddetti «soldi facili» dei prestiti agevolati accordati da Fannie Mae e da Freddie Mac, le agenzie governative istituite proprio allo scopo di permettere ad una gran parte della popolazione, anche ai cosiddetti clienti border line, che non offrivano forti garanzie di solvibilità, l'acquisto di abitazioni. In altre parole, è finito il sogno secondo cui per tutti sarebbe stato possibile acquistare la casa nella periferia residenziale della grande città, con lo steccato bianco e il cane, secondo lo stereotipo della serenità familiare alla Simpson. Probabilmente la lezione che gli americani dovranno imparare è proprio quella di imparare a vivere in base ai mezzi finanziari di cui effettivamente dispongono e i pregi della filosofia del risparmio.

Del tutto diverso è il problema del Vecchio Continente, la cui natura risiede principalmente nella sfera politica di un'area economica disomogenea, con esigenze diverse e con resistenze politiche particolari. L'Europa non presenta l'uniformità politica di una unione federale come quella americana. Di fronte al primo grande ostacolo lungo la via della moneta unica i principali paesi europei, in particolare Francia e Germania, sono rimasti ancorati alle loro roccaforti, difendendo strenuamente la propria posizione egemonica all'interno dell'Unione europea e perseguendo una politica puramente difensiva dell'equilibrio interno, nazionale. Non si è posto alcun rimedio tempestivo e immediato alla situazione deficitaria greca, mediante l'emissione degli Eurobond come molte volte proposto e sostenuto dal ministro Tremonti nelle sedi europee, una decisione che, se presa fin dall'inizio, sarebbe costata ben poco rispetto alla mole di finanziamenti che di volta in volta sono stati accordati nel tempo per tamponare non più solo la situazione di un paese, ma di un effetto domino su più paesi ai margini dell'economia dell'area dell'euro. È forte la sensazione che si sia persa una grande occasione e l'atteggiamento schizofrenico delle due potenze ha allontanato più che in passato il grande obbiettivo di una unione politica europea.

All'atto della costituzione monetaria non ci si è resi conto delle conseguenze principali dell'irreversibilità dell'euro. Paesi diversi con produttività e competitività diverse si sono voluti unire sotto uno stesso cappello di una unione monetaria, abdicando ad una politica importante di sviluppo economico, quella monetaria, senza però ottenere in cambio sostegni efficaci alle differenti esigenze economiche dei diversissimi paesi membri.

Se il problema degli Stati Uniti è il modello socio-economico di sviluppo, per gli europei sono la competitività e la produttività i veri nodi da sciogliere. Alcuni paesi Pigs, come la Spagna, si sono affidati alla produzione dei servizi finanziari e al rigonfiamento della bolla speculativa immobiliare per inebriarsi di tassi crescita economica drogati, che inevitabilmente sono crollati ed hanno inghiottito tutti di vantaggi che apparentemente avevano prodotto. Altri paesi, come la Grecia, hanno a lungo vissuto a debito per sovvenzionare lavoro pubblico non produttivo, alla stregua di un vasto ammortizzatore sociale che non produceva alcuna ricchezza e che al contrario consumava ricchezze prodotte da altri. Gli altri paesi europei, fatta eccezione in una certa misura per la Germania e per la Francia, sperimentano una crescita lenta ormai da alcuni decenni, causata da una altrettanto lenta crescita della produttività del loro sistema economico. È da questo aspetto che si dovrebbe ricominciare per cambiare il verso della spirale «debito pubblico-interessi passivi-maggiori tasse» e allargare la base produttiva per poter permettere di colmare il debito e allo stesso tempo abbassare la pressione fiscale.




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Commenti (1)
1. 29-07-2011 22:27
L'asino di Buridano
I Paesi che hanno crescita lenta probabilmente hanno troppa politica e poco economia reale. Si trovano cioè nella classica situazione dell’asino di Buridano: non sanno scegliere o meglio hanno poco libertà di scelta, perciò rischiano il default (cioè la loro economia muore come l’asino di Buridano). Può sembrare un paradosso, ma dare più soldi ai “poveri” significa far ripartire l’economia. Se non si capisce questo elementare principio non ci sarà mai sviluppo nei Paesi ad alto tasso di “politicizzazione improduttiva”. In un mercato quando l’offerta supera la domanda o si abbassano i prezzi dei beni e dei servizi , aumentando così l’accesso di più consumatori, oppure si riduce la produzione dei beni e servizi aumentando così la disoccupazione. Conclusione, riduciamo la spesa pubblica eliminando corruzione, sprechi e finanziamenti pubblici a servizi ormai obsoleti (ved. Editoria). Allontaniamo la politica dalle aziende pubbliche e liberalizziamo o privatizziamo quelle ormai sull’orlo del fallimento e diamo più fiato all’iniziativa privata e lo Stato regoli e controlli che non ci siano cartelli monopolistici. In definitiva se mettiamo più soldi nelle tasche dei lavoratori, dei poveri e dei pensionati i Paesi che oggi hanno una bassa crescita riprenderanno sicuramente a “correre”. Grazie dell’attenzione.
Scritto da Antonio

Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena
Scrivi alla redazione © 2003-2012 Ragionpolitica Riproduzione riservata