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Numero 476
del 22/05/2012
Somalia: la carestia del secolo PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
venerdì 29 luglio 2011

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Finalmente un primo volo da Nairobi, Kenya, diretto verso Mogadiscio ha inaugurato il 27 luglio il ponte aereo destinato a soccorrere le popolazioni somale colpite dalla carestia che imperversa da settimane in tutto il Corno d'Africa affamando più di 12 milioni di persone. L'aggravante, in Somalia, è una guerra civile che dura ormai da 20 anni, il paese in gran parte controllato da milizie antigovernative che si ispirano all'integralismo islamico, un governo che a mala pena controlla alcuni quartieri della capitale Mogadiscio e soltanto grazie alla presenza di una missione militare inviata dall'Unione Africana, una leadership politica divisa e perennemente in conflitto - l'ultima crisi ha costretto alle dimissioni il primo ministro Mohammed Abdulahi Mohammed dopo una lunga prova di forza con il presidente del parlamento Sheikh Aden e il capo dello stato Sheikh Ahmed che a giugno, a Kampala, Uganda, hanno concordato di prorogare di un anno le istituzioni di transizione, ma di sciogliere entro 30 giorni il governo.

L'aereo carico di aiuti sarebbe dovuto partire il 26, ma, sembra impossibile, problemi doganali ne hanno impedito il decollo per oltre 24 ore nonostante l'urgenza di salvare vite umane allo stremo. Il programma di aiuti complessivo è stato nel frattempo definito a Nairobi durante l'incontro tecnico che ha sostituito l'annunciato summit dei donatori. Si è deciso che, al primo carico di 10 tonnellate di generi alimentari, ne seguiranno a breve altri, intralci burocratici permettendo, sempre con destinazione Mogadiscio. Ed è in questa città che si riversano a migliaia i somali provenienti soprattutto dalle regioni centromeridionali dove la siccità sta decimando il bestiame e metà dei bambini soffrono di denutrizione acuta. Sono le regioni in mano ai movimenti antigovernativi il principale dei quali, quello degli Shebab, dopo aver annunciato l'apertura di corridoi umanitari, ha invece confermato il divieto di operare alle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali deciso nel 2009.

Gli Shebab hanno anzi dichiarato che in realtà la situazione in Somalia non è critica come affermano le agenzie delle Nazioni Unite e che l'emergenza umanitaria lanciata dal Palazzo di Vetro è una mossa politica contro di loro. A smentirli è il flusso incessante di persone in cerca di acqua e viveri, almeno un migliaio al giorno, dirette verso Mogadiscio - 40.000 nuovi arrivi in città dall'inizio di luglio e altri 30.000 sfollati accampati alla periferia meridionale - benché esercito governativo, caschi verdi dell'Unione Africana e milizie antigovernative continuino a combattere per il controllo di strade e quartieri: ragione per cui da due decenni centinaia di migliaia di somali erano fuggiti da Mogadiscio lasciando il paese, i più fortunati, o rifugiandosi nelle campagne a sud della capitale, lungo la via che porta in Kenya dove, appena oltre la frontiera, è stato costruito dall'Acnur, Alto commissariato ONU per i rifugiati, il campo di Dadaab, nato per ospitare 90.000 profughi di guerra e divenuto il più vasto campo profughi del mondo, con 370.000 ospiti. Anche qui giungono ogni giorno da settimane circa un migliaio di somali, questa volta spinti dalla fame più che dai combattimenti, creando una situazione al limite della sostenibilità.

«Il cibo non basta per tutti - è la testimonianza da Mogadiscio di Vivian Tan, dell'Acnur - al momento della consegna provoca baruffe e litigi, puntualmente sfocianti in saccheggi con l'immediata conseguenza di lasciare a mani vuote i pù piccoli, anziani e deboli». Lo stesso succede a Dadaab dove l'accesso al cibo segue regole non scritte ma severamente applicate e dove, come in tutti i campi profughi, hanno la peggio le donne e i bambini privi di protezione da parte di parenti maschi adulti.




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