Ogni giorno i cittadini d'Europa e dell'Occidente assistono ai tumultuosi sviluppi di un mercato finanziario che sembra impazzito, consapevoli che i continui tracolli delle Borse incideranno sui rispettivi Paesi, sui propri stili di vita e sulla condizione delle loro attività economiche e quindi delle loro famiglie.
In questo momento critico, in cui la civiltà occidentale assiste alla fine di un'epoca, di un periodo storico in cui ogni nuova generazione ha visto il proprio status sociale migliorare rispetto a quello dei propri padri, i protagonisti delle dinamiche mondiali non sembrano più essere gli Stati, ma, sotto la spinta dellla globalizzazione, i mercati paiono aver avuto la meglio.
Se da una parte il processo di globalizzazione ha portato un'enorme sviluppo, facendo emergere le enormi potenzialità di Paesi emergenti, dall'altra esso si è sviluppato maturando alcuni vizi, in particolare quello di non essere stato governato democraticamente, ossia dal basso verso l'alto, ma viceversa (da organismi e lobbies sovranazionali). Questo aspetto ha fatto sì che il liberismo economico sia stato assunto quale unico valore di riferimento, consentendo al mercato di assurgere al ruolo di dominus, consegnando così nelle sue mani il primato su tutte le altre dimensioni della società: è accaduto così che il sistema economico-fianziario, anonimo e impersonale, abbia iniziato ad andare per conto proprio, passando al di sopra degli Stati e dei loro confini, e, last but non the least, al di sopra della società e delle esigenze dei popoli.
Il risultato è stato che si è gradualmente passati «da una economia di mercato» ad una «società del mercato», in un contesto nel quale la società, e con essa la politica, si è dovuta mettere al servizio del mercato e non viceversa. La politica, da parte sua, ha fatto molti errori, consentendo agli Stati, per troppo tempo, di vivere al di sopra delle proprie possibilità e di crescere in deficit spending, scaricando così sulle generazioni future un fardello il cui peso sarà difficile da smaltire nel tempo.
E così oggi assistiamo al downgrading, da parte di Standard &Poor's, degli Stati Uniti, che hanno perso per la prima volta dal 1941 il voto massimo di tripla A, sostituito da un AA+ (senza contare che, nei prossiomi mesi, vi è la possibilità di un ulteriore taglio del rating Usa, come ha sottolineato in un'intervista a Fox News il direttore operativo di Standard and Poor's David Beers), un evento, quest'ultimo, che, in un mondo interconnesso, non potrà non avere ripercussioni sul Vecchio Continente, già in debito d'ossigeno dopo gli attacchi speculativi di quest'ultimo periodo. In questo contesto da un lato i mercati, facendo leva sulle debolezze attuali degli Stati, la fanno da padrone e dall'altro la politica appare schiava del problema del debito pubblico.
L'Europa, da parte sua, paga pesantemente l'assenza di una vera linea politica, la fragilità di un'architettura istituzionale dove mancano organismi decisionali all'altezza, una debolezza che fa emergere l'urgenza di una ridefinizione della propria governace polico-economica.
In questo particolare frangente, in cui le Borse europee risentono dell'incertezza e delle lentezza con cui si sono mosse le istituzioni comunitarie per affrontare il momento di crisi e lo scossone della Grecia, la debolezza dell'Ue è accentuata anche dal fatto che essa non può contare su un mercato unitario del debito, che invece si presenta parcellizzato perché suddiviso tra i vari Stati a rischio. Se l'Unione europea si decidesse a percorrere la strada degli Eurobond (suggerita anche dal nostro ministro Tremonti), ossia titoli del debito pubblico emessi in comune dai Paesi dell'Euro-zona che prevedono una responsabilità congiunta, l'Europa darebbe vita ad un mercato più ampio e con maggiore liquidità rispetto a quello che ora esiste sulla scorta delle obbligazioni dei singoli Stati, ed i suoi titoli sarebbero più sicuri e dotati di maggiori garanzie, dunque anche più appetibili da eventuali investitori cinesi. Oltre tutto, il fatto che la Cina abbia reagito in modo duro al declassamento degli Stati Uniti fa presagire che, come ha sottolineato anche l'economista Quadrio Curzio, nel caso l'Europa si decidesse finalmente ad emettere Eurobond, si possano aprire degli scenari favorevoli per l'Europa, con «uno spostamento delle masse finanziarie cinesi verso altri mercati», come quello comunitario.
Se volgiamo lo sguardo al nostro Paese è da apprezzare la decisione di Berlusconi di anticipare la manovra finanziaria spostando al 2013 il pareggio del bilancio che prima era previsto previsto per il 2014, anticipando la tempistica della normativa a partire dalla delega assistenziale, che verrà sviluppata lungo il biennio 2012-2013: consapevole della necessità di adattare il più velocemente possibile i tempi della politica a quelli dell'economia, per ridurre così anche quella febbre degli spread sui titoli di Stato che influisce pesantemente sui nostri conti pubblici, il Governo, per tranquillizzare i mercati, ha deciso di agire il prima possibile; probabilmente, già mercoledì, verrà convocato un Consiglio dei ministri dove si prevede il varo di un decreto legge che modificherà le scadenze temporali della manovra. Non solo, mercoledì potrebbe essere già presentato anche il Ddl di modifica dell'art.81 della nostra Carta costituzionale, che prevede la costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio, un principio che è già stato adottato dalla Costituzione tedesca.
A consentire all'Italia di procedere spedita verso questo obiettivo sarà l'attuazione accelerata della riforma assistenziale. A questo fine verrà anticipata al 30 settembre 2012 l'adozione delle misure già previste di razionalizzazione in materia fiscale ed assistenziale, che frutterà, già a partire dall'anno prossimo, un gettito superiore di 4 miliardi di euro e di ben 20 miliardi per il 2013. A questo fine si prevedono interventi mirati di riordino della spesa sociale, che saranno possbili attraverso un'integrazione dei servizi socio-sanitari con quelli del Welfare: essi sono volti a eliminare tutte quelle sovrapposizioni o duplicazioni di servizi i cui costi oggi non sono più sostenibili, servizi che andranno devoluti ai soggetti realmente bisognosi.
Si procederà speditamente anche per quanto riguarda un'altra misura già approvata dal Governo lo scorso 10 febbraio, ossia per concludere più celermente possibile l'ietr necessario per la modifica dell'art. 41 Cost. sulla libertà d'impresa, che prevede che «l'attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge». Non solo, l'Esecutivo intende premere sulla leva dell'acceleratore anche per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro, che prevede la riforma dello Statuto dei lavoratori, che risale addirittura al 1970. Gli obiettivi principali sono: razionalizzare la normativa sul lavoro, riducendola almeno del 50%, potenziare la contrattazione aziendale, introducendo i «contratti di prossimità» per stabilire il primato della contrattazione aziendale su quella nazionale, detassare il premio di produttività del 10% e potenziare la cassa integrazione, senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica. L'anticipazione di queste misure è stata accolta positivamente anche dalla Bce, la quale domenica sera ha dato il via libera al programma di acquisto dei titoli di Stato italiani.
In un contesto in cui la tecnofinanza ha ridotto drasticamente il tempo necessario per condurre a termine le operazioni economiche e finanziarie sui mercati, la politica, a livello mondiale, per ritornare protagonista ed imporsi così sulle dinamiche speculative, non potrà fare a meno di rivedere i propri meccanismi decisionali, contigentando i tempi per l'adozione di provvedimenti e velocizzandone i tempi di attuazione. In questo momento, se guardiamo all'Italia, la revisione istituzionale già avviata dal Governo, che proseguirà il suo iter a settembre, è una scelta obbligata e necessaria, tesa ad ammodernare un sistema decisionale che, oggi, non è più adeguato in un mondo in continuo cambiamento.
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