Il video del 4 agosto che mostra il tecnico italiano Franco Lamolinara insieme a un collega britannico, entrambi rapiti in Nigeria il 14 maggio scorso, ha riacceso le speranze dei suoi familiari, ora in attesa che l’unità di crisi della Farnesina e l’ambasciata italiana ad Abuja, la capitale della Nigeria, ne verifichino l’autenticità, cosa che stanno facendo in collaborazione con le autorità britanniche.
Nel video della durata di circa un minuto, recapitato alla sede della agenzia di stampa France-Press di Abidjan, Costa d’Avorio, i due ostaggi sono bendati, in ginocchio, e tre uomini mascherati e armati sono in piedi alle loro spalle.
Si tratterebbe di miliziani appartenenti ad Al Qaeda nel Maghreb islamico, Aqim, il gruppo terroristico fondato negli anni 90 in Algeria, durante la guerra civile, come «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» e noto con l’attuale sigla dal 2005, quando il movimento si è affiliato ad Al Qaeda.
Se realmente il rapimento è opera di Aqim, la posizione dei due tecnici appare estremamente seria, assai più che se fossero stati catturati da uno dei movimenti armati attivi nel sud, nel Delta del Niger, che da anni rapiscono gli impiegati stranieri delle compagnie petrolifere per attirare l’attenzione sui problemi della regione, per ottenere il rilascio di compagni arrestati oppure per chiedere un riscatto e procurarsi così del denaro.
Quasi sempre gli ostaggi vengono liberati, una volta raggiunto lo scopo, ma con Aqim e con gli altri gruppi terroristici legati ad Al Qaeda invece spesso l’epilogo è tragico.
In effetti Franco Lamolinara è stato rapito nello stato nordoccidentale di Kibbi, al confine con il Niger, uno dei paesi in cui Aqim è da tempo attivo così come nel vicino Mali e in Mauritania. Tuttavia sarebbe la prima volta che Aqim opera in Nigeria e, al di là della preoccupazione per i due ostaggi, se così fosse, il fatto confermerebbe che l’estremismo islamico sta facendo proseliti nei 12 stati nigeriani settentrionali a maggioranza islamica che, da quando ad aprile le presidenziali sono state vinte da Goodluck Jonathan, cristiano, originario del Delta del Niger, sono stati teatro di diversi attentati terroristici e mostrano allarmanti segnali di tensione tra comunità cristiane e islamiche.
In prima linea contro il governo federale è il movimento fondamentalista Boko Haram (che in lingua Hausa significa «la civiltà occidentale è proibita»), attivo dal 2002 soprattutto nello stato nordorientale di Borno e nella sua capitale, Maiduguri, dove gli scontri e le violenze hanno assunto frequenza quasi quotidiana e dove dall’inizio dell’anno gli attacchi e gli attentati compiuti da Boko Haram hanno provocato più di 250 vittime. Il gruppo ha di recente esteso il suo raggio d’azione riuscendo a giugno addirittura a mettere a segno un attentato ad Abuja, contro una caserma della polizia. Si dice inoltre che sia riuscito a reclutare uomini tra le forze dell’ordine.
Il governo federale sta prendendo in esame un piano per avviare dei negoziati con il gruppo estremista, simile a quello che nel Delta del Niger due anni or sono ha portato a un cessate il fuoco del principale movimento armato, il Mend. Nel frattempo ha inviato a Maiduguri una task force militare che tuttavia, oltre a non aver ancora fermato Boko Haram, sembra essersi resa responsabile di gravi abusi nei confronti della popolazione civile. Molte testimonianze e un rapporto di Amnesty International accusano i militari a caccia dei terroristi di brutalità, arresti arbitrari, uccisioni e sequestri.
Ma critica è anche la situazione negli stati centrali dove convivono etnie del nord e del sud, islamiche e cristiane.
Crescenti difficoltà si riscontrano in particolare nello stato di Plateau e nella sua capitale Jos, una città spesso teatro di conflitti violenti che hanno causato in pochi anni migliaia di morti, ingenti danni materiali, la distruzione di numerose attività economiche e una grave crisi economica. Al progressivo impoverimento della popolazione si aggiunge un sensibile peggioramento dei servizi statali e il deteriorarsi delle infrastrutture: ospedali privi di medici e di medicinali, scuole senza insegnanti e banchi, strade quasi impraticabili. Violenza e disagi inducono chi può a lasciare la città un tempo centro d’attrazione per le opportunità economiche e per il buon clima sociale che la caratterizzavano
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