Parafrasando una nota opera di Lenin (L'imperialismo, fase suprema del capitalismo) si potrebbe affermare fin da subito che il problema che si manifesta nel mondo attuale è esattamente inverso a quello che la cultura economico-politica marxista del XX secolo, di cui ancor oggi si risente la non lontana eco, ha proposto per decenni: in altri termini, la politica non è in crisi poiché è in crisi l'economia, ma il contrario, cioè l'economia è in crisi poiché è in crisi la politica.
Già nel 1947, poco dopo la fine del fascismo e poco prima dell'entrata in vigore della nuova Costituzione, Luigi Sturzo, dopo un lungo ventennale esilio, scriveva di quanto fosse insopportabile «l'aria greve e soffocante dello statalismo». A distanza di più di sessant'anni, il problema può dirsi ancora irrisolto e non può che aggravarsi la dispnea con la crisi economica attuale.
Ma la crisi riguarda davvero soltanto la dimensione mercatoria, le borse, la finanza e le monete mondiali? Come già è evidente, perfino ai meno attenti, nell'ambito scientifico e soprattutto bioetico, la politica, da qualche tempo, si è ritirata in un nuovo Aventino giuridico e sociale, venendo a ricoprire un ruolo soltanto eventuale, spesso senza mettere in essere scelte che riflettano ben determinate strutture assiologiche (sebbene spesso si ripieghi a vantaggio ora di un relativismo, ora nichilismo etico i quali altro non sono che le scelte assiologiche negative di tutte le altre assiologie), e successivo (con intenti ratificanti, più che normativizzanti): nel gergo della tattica militare si potrebbe dire che la politica «ha perso l'iniziativa», lasciandosi trainare dagli eventi. Se ciò è accaduto in molti Stati tra la politica e la scienza, tra la politica e la bioetica, tra la politica e la teconologia, tra la politica e la magistratura, non meno diversamente è avvenuto tra la politica e l'economia.
Sottraendosi fin d'ora ad ogni ingenua retorica dicotomia (sebbene tanto cara alla sinistra) «sull'eurofilia» o «sull'euroscetticismo», occorre prendere atto che la crisi economica europea, sebbene inglobata e connessa con quella mondiale, trova la sua più diretta scaturigine nella crisi della politica europea e delle istituzioni europee: un Parlamento sostanzialmente privo della potestà legislativa; un Governo europeo a volte troppo etereo, a volte troppo immanente; una concreta mancanza di rappresentatività diretta; una moltiplicazione insensata delle giurisdizioni; e tutto questo guardando solo alle sfere più superficiali, cioè quelle comunitarie (ahinoi fondate prima che sugli elementi storici e culturali comuni, su quelli finanziari e monetari). Scandagliando più in profondità le contorsioni e le distorsioni aumentano drammaticamente.
L'Italia ha ereditato dal passato delle caratteristiche che costituiscono alcuni dei più importanti ingredienti che danno vita alla crisi politica nostrana, vizi ai quali il Governo Berlusconi sta tentando di porre rimedio: il sistema giudiziario più inefficiente e lento dell'Unione europea, un'architettura istituzionale spesso ridondante e pletorica (si pensi al bicameralismo perfetto, per cui ogni legge deve essere approvata e ri-approvata dalla Camera dei Deputati e dal Senato), una sclerotizzazione ed una fatiscenza infrastrutturale che aggravano i costi della produzione e diminuiscono il benessere e la vivibilità del Paese, una pubblica amministrazione pachidermica (al cui snellimento sta lavorando con coraggio il ministro Brunetta), un inossidabile sistema lobbistico degli ordini professionali e delle categorie protette, un sindacalismo come la Cgil ancora saldato ai principi ideologici del XIX secolo piuttosto che ai concreti interessi dei lavoratori, la pressione fiscale totale più alta d'Europa dovuto alla moltiplicazione del debito pubblico operata dalla classe politica della Prima Repubblica.
Sarebbe necessaria una concreta attuazione delle disposizioni costituzionali sulla tutela dell'iniziativa economica privata, ma ovviamente, per il raggiungimento di questo fine, sarebbe indispensabile un profilo politico multilaterale, per cui l'opposizione di sinistra dovrebbe compiere, finalmente, un'improvvisa e repentina crescita culturale ed intellettuale, abbandonando ogni filtro di matrice marxista e statalista per lavorare non solo contro il proprio avversario di turno, ma anche a favore dell'Italia.
Osservando le proteste spagnole, dopo anni di governo socialista, le rivolte greche, dopo anni di governo socialista, le guerriglie inglesi, dopo anni di governo socialista, non si può fare a meno di notare nuovamente quel senso di oppressione, già rilevata da Sturzo, che l'espansione dello statalismo causa nei cittadini, nella politica e nell'economia. Parafrasando ancora una volta un'opera di Lenin (L'estremismo, malattia infantile del comunismo), si potrebbe ritenere, a fronte degli eventi attuali, che, paradossalmente, l'anarchia sia la malattia infantile dello statalismo. Per rinnovare l'economia, dunque, occorre cominciare a rinnovare la politica: ciò che sta facendo il Governo Berlusconi.
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