freccia_long
Numero 476
del 22/05/2012
Guerriglia d'Albione PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
giovedì 11 agosto 2011

londra-scontri-2.jpgLa personalità della responsabilità penale è un cardine giuridico non discutibile né negoziabile: eccettuate le scriminanti espressamente e tassativamente previste dalla legge, chi si macchia di un reato non può invocare ipotetiche e nebulose «responsabilità collettive», «responsabilità della società» o «responsabilità politiche» che possano in una qualche misura giustificare il reo.

Dice bene Cameron, quindi, quando afferma che i barbari che hanno letteralmente messo Londra a ferro e fuoco sono criminali. Né più né meno. E come tali devono essere trattati: non esistono altre opzioni.

Vero è, tuttavia, che una manifestazione di bestialità così estrema quale quella cui abbiamo assistito nei giorni scorsi non si materializza dal nulla e non può in alcun modo verificarsi in assenza di un risalente e progressivo logorio del tessuto sociale. Fermo restando il principio della responsabilità penale personale e lasciando ai sociologi d'accatto le dotte disquisizioni sulle giuridicamente inesistenti «responsabilità di sistema», può essere comunque utile sviluppare due considerazioni. La prima riguarda l'essenza della società inglese e l'immagine che questa ha dato di sé agli occhi del mondo: non occorre essere il Grande Druido per capire che tra realtà e raffigurazione della medesima esiste una discrepanza abissale, non nuova ma anzi assolutamente vetusta e ormai consolidata. La seconda riguarda i profeti della «moltitudine» e la mutazione genetica che essi hanno prodotto nella società moderna, fino a ridurla in «non-società» moderna.

L'immagine che l'Inghilterra ha sempre venduto di se stessa è stata quella di una società improntata all'efficienza, impregnata di regole non scritte non riducibili alla categoria del mero formalismo, severa ma giusta, pionieristica nel multiculturalismo e, al contempo, estremamente vitale dal punto di vista artistico e sempre pronta ad accogliere o creare dal nulla tutte avanguardie culturali, anche le più bizzarre od oltraggiose. Una vera amazzone del ventesimo secolo, insomma, che ha cavalcato la modernità con piglio sicuro ed ardito. Questa è la facciata: il gigantesco rotolo di carta-regalo che avvolge Londra, ad esempio, città che ha da sempre esercitato un fascino rasentante il fanatismo per tutti i giovani europei, per i quali il primo impatto con la «città dove trovi tutto» è sempre stato scioccante.

La realtà è purtroppo diversa e ben più amara: l'Inghilterra ancora oggi sostanzialmente classista, ove la collocazione sociale dell'individuo è soggetta a pesanti tare, quali la famiglia di provenienza, il dialetto che parla, il modo di vestire, il denaro che possiede, la scuola che frequenta. Una volta si diceva che in Inghilterra non esisteva classe media, ma solo una minoritaria «upper class», gelosissima del proprio ruolo e delle proprie prerogative, ed una sterminata «lower class»: tra le due nessuna osmosi sociale possibile. Anzi, quest'ultima era palesemente scoraggiata.

Unico elemento che ha garantito una parvenza di coesione sociale è stata la coscienza del «being English»: essere comunque tutti inglesi, quindi protagonisti della storia del mondo occidentale, da un punto di vista militare, economico, culturale. Un senso di superiorità antropologica che trovava giustificazione in se stesso e che aveva nella Corona il suo massimo e più evidente elemento di sintonizzazione popolare.

Ma oggi le cose sono cambiate brutalmente: non bastano più le belle foto del matrimonio di William e Kate per alimentare l'«English Dream» e narcotizzare il malessere diffuso che deriva da una sperequazione economica quasi brasiliana la quale, anche in virtù della crisi internazionale, ha esasperato situazioni di disparità sociale già gravissime in precedenza.

L'assetto urbanistico della città di Londra la dice lunga: periferie dimenticate e abbandonate alla legge della giungla come Brixton, ove lo Stato ha semplicemente rinunciato (o rifiutato tout court...) di mettere piede, limitandosi a mettere blandamente in guardia i turisti intenzionati a visitare il quadrante Sud, convivono con la patinata «City» e le zone chic di Piccadilly, Soho e Oxford Street.

Il famoso «melting pot» londinese, il feticcio per eccellenza del multiculuralismo mondiale si è rivelato un penoso fallimento, con la città divisa in rigidissimi spicchi con l'intento, più che di unire e armonizzare, di tenere accortamente separate minoranze etniche tra loro incompatibili, come indiani e pakistani. Il tanto acclamato «calderone razziale» è in realtà un alambicco da distillazione frazionata, nel quale ghetto viene separato da ghetto...e sempre ghetto comunque resta.

A fronte di una situazione così instabile e potenzialmente esplosiva la politica inglese, dopo il governo Thatcher, un governo sicuramente severo, ma accorto e fautore di una politica di rilancio economico e di fluidificazione della società, ha adottato le peggiori scelte possibili in materia di ammortizzatori sociali, garantendo de facto il diritto al parassitismo delle fasce più deboli della società attraverso sussidi ed elargizioni che, anziché contribuire alla promozione sociale dell'individuo e delle famiglie, hanno ulteriormente consolidato le pregresse condizioni di squallore infinito ed autoemarginazione.

Un terreno quindi già di per sé fertile e predisposto alla scompaginazione sociale violenta e belluina. Violenza, ricordiamolo, che è congenita e «socialmente accettata» in determinate fasce della sub-cultura inglese, basti pensare a fenomeni quali gli «hooligans» o alla «caccia al turista», «sport» parecchio in voga, da sempre, in parecchie zone di Londra, da Wimbledon a South Kensington per non parlare della già citata Brixton.

Su questo fertile terreno hanno provveduto a sversare ulteriore concime i sicofanti no-global, i «profeti» della moltitudine cui accennavamo prima, da Naomi Klein, Noam Chomsky e Ward Churcill in avanti. Postulando la legittimità assoluta della protesta contro il «sistema», sono loro che hanno fatto passare corrente ad alto voltaggio dentro al cervello abnorme di questo Frankenstein, moderno Prometeo, che va sotto il nome di «moltitudine»: una marea umana che Nicolas Sarkozy definì qualche anno fa «raccaille», spazzatura.

Una marea umana che non agisce per scopi politici, ma solo ed esclusivamente in risposta all'istintualità pura, sentendosi per di più legittimata e giustificata nella propria bestialità da quanti li hanno trasformati da delinquenti conclamati ad alfieri della «giustizia sociale». Criminali puri, quindi, non «giovani disagiati» che reagiscono ad una ingiustizia come qualcuno, pure in Italia, vorrebbe farci credere. Criminali però ben coscienti della patente di legittimità assoluta che è stata loro attribuita da qualche esausto professore californiano, e ben decisi a sfruttarne le guarentigie sino in fondo...




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