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Numero 476
del 22/05/2012
La Turchia al bivio PDF Stampa E-mail
! di Lasha Zilpimiani
zilpimiani@ragionpolitica.it
  
giovedì 11 agosto 2011

turchia_mezzaluna.jpgLe notizie delle ultime settimane provenienti da Ankara hanno lasciato perplessi gran parte degli analisti politici europei, che non avrebbero mai creduto possibile un simile sviluppo all'interno della politica turca: le dimissioni senza precedenti dei massimi esponenti militari della Turchia e la loro immediata sostituzione da parte del presidente Gul (insieme al premier Erdogan) stanno segnando una nuova era per il paese, in cui, fino a poco tempo fa, i militari agivano con la massima discrezione anche nella politica interna del paese. Il processo giudiziario in corso nei confronti di alcuni capi militari turchi per l'accusa di tentato golpe ha messo in ginocchio l'intero sistema militare del paese. Inoltre, la politica astuta di Erdogan e la sua recente rielezione per il terzo mandato hanno dato sufficiente coraggio al partito di governo, che ha approfittato della situazione frantumendo il vecchio status quo tra politici e militari. Il processo non è ancora concluso del tutto, ma lascia intuire ed intravedere la fine di un'epoca lunga decenni, che vide l'esercito turco come «il garante» dello stato secolare, ma anche come un serio ostacolo per il progresso e liberalizzazione del paese.

Oggi si intravede chiaramente «il vento di cambiamento» che ha cominciato a soffiare dalle parti di Ankara. Il lungo conflitto sistemico tra la politica e i militari si sta avviando verso la conclusione, proiettando la Turchia verso una meta molto incerta. É possibile che il conflitto tra la politica e alcuni degli alti esponenti militari continui anche in futuro, ma l'equilibrio delle forze è mutato irrimediabilmente ed è nettamente a sfavore di questi ultimi.

Da adesso noi occidentali dobbiamo guardare con molta attenzione verso Ankara, poiché sono ipotizzabili due scenari diversi che sono in grado di cambiare il paese radicalmente. Sappiamo bene che con la soppressione della supremazia militare in Turchia si aprono numerose possibilità per i politici locali. Una volta ridotte al minimo le interferenze dell'esercito, la politica sarebbe in grado di far marciare il paese molto più velocemente e di avviare dei cambiamenti importanti in passato ritenuti improponibili.

Le strade sono due, e mentre la prima va verso la possibilità di una democrazia reale (che sarebbe negli interessi dell'Europa), la seconda ipotizza e prevede un'ulteriore islamizzazione e radicalizzazione della Turchia. Considerata l'ambiguità odierna della politica estera di Erdogan, siamo costretti a vedere due diversi scenari di sviluppo. Le vecchie ambizioni «ufficiali» della Turchia e la sua «voglia» d'Europa sembrano passare sempre più in secondo piano. Ad esempio, ci sono numerosi punti interrogativi che riguardano le intenzioni di Ankara per il suo recente riavvicinamento con il Cremlino e per alcuni accordi bilaterali stretti tra essi, che rischiano di danneggiare la politica unitaria della Nato orientata al supporto politico e morale della Georgia. Inoltre, le relazioni cordiali della Turchia con alcuni degli stati mediorientali molto discutibili (la Siria e l'Iran in primis!) continuano a creare una certa confusione agli occhi dell'Europa e degli Usa. Nonostante che la Turchia sia membro della Nato, il suo recente impegno politico nello scacchiere mediorientale e le sue nuove «amicizie» regionali non appaiono quasi mai in linea con la politica e con i piani d'azione dell'alleanza nordatlantica.

In questa epoca nuova la Turchia avrà forse un'ultima possibilità di fare una scelta diversa e coraggiosa e di riuscire a cessare di essere una democrazia incompiuta. Si è parlato spesso di questo paese e della sua ambiziosa agenda internazionale, rivelando le proprie aspirazioni ad aderire all'Unione europea e a continuare a essere un membro rispettato della Nato. E se questi sono ancora dei progetti principali del governo di Ankara, si può anche sperare nella prima ipotesi. Ma, per poter un giorno raggiungere i suoi obiettvi, la Turchia avrebbe bisogno non solo di un nuovo equilibrio tra politica e forza militare, ma dovrebbe fare ulteriori passi avanti su più fronti contemporaneamente. Si spera che Erdogan sfrutti il momento a lui favorevole e che il vento di cambiamento tocchi al più presto anche altri settori importanti come quelli della giustizia, della libertà civile e religiosa e della lotta alla corruzione. Questi sono dei punti critici per Ankara e, se i tempi di cambiamento saranno veloci ed efficaci, essa potrà ancora avere la possibilità di ritagliarsi un suo posto accanto ai paesi europei democratici e liberali, realizzando almeno in parte i propri obiettivi politici. Nel caso contrario, essa rischierà di assomigliare sempre più ad alcuni dei suoi vicini sud orientali - illiberali, fondamentalisti e imprevedibili. Si vedrà molto presto...




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