Il rapimento in Darfur, Sudan, di Francesco Azzarà, dipendente dell’organizzazione non governativa Emergency, riporta in primo piano una guerra di cui negli ultimi mesi si è quasi dimenticata l’esistenza a causa dell’insorgere di altre gravi crisi: la primavera araba, la secessione del Sud Sudan, la guerra di Libia, la crisi post-elettorale in Costa d’Avorio e ora la carestia che si è abbattuta sul Corno d’Africa mettendo in pericolo la sopravvivenza di oltre 12 milioni di persone.
In Darfur le etnie di origine nilotica combattono dal 2003 una guerra senza speranza contro le etnie di origine araba sostenute militarmente dal governo del presidente Omar Hassan el Bashir. Secondo le Nazioni Unite profughi e sfollati ammontano a oltre due milioni, le vittime civili sono quasi 300.000.
Emergency vi opera da anni curando la popolazione priva di assistenza da parte dello stato e troppo povera per procurarsi cure mediche con i propri mezzi.
Le rassicurazioni delle autorità locali sulle condizioni di salute di Francesco Azzarà fanno pensare che l’intenzione dei rapitori sia di chiedere un riscatto. Si spera vivamente che il sequestro non sia invece un avvertimento a Emergency al fine di indurre l’organizzazione a lasciare il paese.
Si stenta a crederlo, poiché fanno soltanto del bene e del loro meglio, ma non tutti infatti apprezzano le iniziative umanitarie e spesso chi vi partecipa lo fa a rischio della propria vita, soprattutto se sfida tradizioni e regole tribali e se rende testimonianza dei crimini commessi contro popolazioni inermi.
In Darfur è stato il governo due anni or sono a espellere decine di organizzazioni non governative accusate di diffondere false notizie sulle violazioni dei diritti umani ai danni dei civili: violazioni che hanno portato all’incriminazione del presidente el Bashir da parte della Corte penale internazionale con l’accusa di essere responsabile di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
Sempre nel 2009, in Somalia, anche al-Shabaab, il movimento antigovernativo legato ad al Qaeda che dal 2007 controlla gran parte delle regioni meridionali e centrali del paese, ha vietato l’accesso a quasi tutte le organizzazioni e agenzie internazionali incluso il Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.
È notizia di questi giorni che il divieto di operare, e persino di lanciare aiuti dagli aerei, è stato ribadito nonostante la carestia che imperversa nella regione e che ha il suo epicentro proprio nei distretti governati da al-Shabaab.
In Somalia inoltre le attività umanitarie si scontrano ormai da anni contro l’ostilità degli islamisti. Nel 2003, come si ricorderà, ne ha fatto le spese la missionaria italiana Annalena Tonelli che in Somaliland aveva creato dal nulla strutture sanitarie eccellenti. È stata uccisa da un commando islamico a Borama. Due le colpe che l’hanno condannata a morte: curava chiunque, a prescindere dal clan d’appartenenza, e lottava contro le mutilazioni genitali femminili.
Al-Shabaab nega addirittura l’evidenza della crisi umanitaria in corso sostenendo che i problemi non sono tali da richiedere interventi straordinari, tanto meno da parte di nemici e da parte di personale non islamico. All’inizio di agosto ha accusato le Nazioni Unite di usare la carestia come arma politica per screditarli e come pretesto per allontanare la popolazione, sottrarla al suo controllo e poi indurla ad abbandonare l’Islam. In realtà decine di migliaia di persone fuggono verso Mogadiscio e verso i campi per profughi del vicino Kenya per non morire di fame: è sotto gli occhi del mondo intero. Ma una simile, irresponsabile e impietosa distorsione dei fatti non stupisce in un movimento che a luglio, in piena emergenza da carestia, non ha trovato di meglio che proibire severamente di cucinare, vendere e mangiare le sambusa, un popolarissimo snake fritto fatto di pasta farcita, perché la loro forma triangolare fa pensare alla Trinità cristiana.
Che si negasse l’esistenza di una crisi succedeva anche in Sudan, all’epoca della guerra di Khartoum contro le popolazioni meridionali terminata nel 2005. Mentre la gente moriva di stenti, el Bashir rifiutava di aprire i corridoi umanitari necessari per permettere i soccorsi. Di quella guerra sono morte due milioni di persone.
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