Lo scorso 29 aprile un centinaio di scrittori, critici, editori, giornalisti si sono riuniti nella sede romana della casa editrice Laterza sotto il nome di TQ, «Trenta-Quaranta», come l’età di chi ha partecipato, dettando una serie di manifesti che hanno fatto molto discutere. Non so quanti abbiano letto per intero i manifesti di questo gruppo di scrittori, perché sono incredibilmente istruttivi di una certa cultura purtroppo imperante nel nostro Paese (generazionetq.wordpress.com ). La prima impressione che si prova leggendo questi manifesti è di trovarsi di fronte a dei funzionari politici o di governo che indicano le linee fondamentali di una programmazione di stato in materia di politica culturale. In questo orizzonte, non solo sparisce ogni confine fra politica e cultura, ma viene addirittura sancita una totale identificazione fra ideologia e cultura, fra teoria e prassi, fra conoscenza e azione, fra analisi e pratica, in perfetto stile marxista.
Rispetto ad altri manifesti che nel passato furono scritti da avanguardie letterarie, motivati da originali sperimentazioni culturali, qui siamo di fronte ad un politicismo assoluto, in cui la cultura è ridotta a mero strumento di propaganda o nel migliore dei casi ad un sorta di autonomia sindacale a protezione di quegli scrittori la cui qualità non sarebbe riconosciuta dagli editori. Dopo aver letto questi manifesti, magniloquenti quanto rozzi e approssimativi, viene da chiedersi come possano gli scrittori che hanno scritto e sottoscritto tali documenti essere dei bravi scrittori, degli scrittori di talento, degli autentici uomini di cultura. C’è infatti nei tre manifesti finora divulgati da questo movimento, che elegge un dato generazionale a elemento caratterizzante di una tendenza culturale, un tale tasso di ideologia che contrasta con chi dedica la propria vita all’arte e alla ricerca della verità.
Il primo di questi manifesti, ad esempio, è più simile ad una mozione congressuale di partito, dai caratteri di estrema sinistra, che ad una riflessione di uomini di cultura, per quanto politicamente appassionati. Cito testualmente alcuni dei giudizi di carattere politico contenuti nel manifesto di questi giovani scrittori: innanzitutto «il diffondersi del neoliberismo» come «un’epidemia dell’Occidente, non solo a causa delle destre ma anche di alcune presunte sinistre»; il rifiuto di quella «pericolosa incarnazione demagogica del pensiero neoliberista che è il berlusconismo, con il suo portato insostenibile di autoritarismo, di sprezzo della legalità e di saccheggio, per bande private, dei beni comuni»; per finire con «quell’ignobile razzismo padano che è il leghismo». L’apice, tuttavia, di questa cultura politica viene raggiunto quando si passa a formulare delle proposte concrete, le quali – viene sottolineato – saranno sostenute anche attraverso «azioni estemporanee di interposizione, disturbo o «guerrilla» culturale e artistica, in luoghi inconsueti o a forte connotazione politica e simbolica». L’attacco è che siamo «in un tempo in cui gli editori non scelgono più i bei libri sperando che vendano, ma i libri che vendono sperando che siano belli». In base a questa premessa, gi scrittori firmatari del manifesto, considerandosi evidentemente tutti dalla parte della qualità misconosciuta dagli editori e dai lettori, garantiscono di farsi promotori «di una proposta di riequilibrio nella produzione dei libri che impegni gli editori a privilegiare la qualità rispetto alla quantità». La qualità letteraria, infatti, sarebbe indipendente dal successo commerciale di un libro.
Questa inverosimile analisi del mondo della cultura e le incredibili proposte che ne conseguono, disegnano uno stato dei soviet, uno Stato cioè che decide, anche nel campo della lettura, ciò che è di qualità e ciò che non lo è, ciò che è meritevole di essere pubblicato e ciò che non lo sarebbe. Una riflessione sarebbe necessaria per capire perché in Italia ancora attecchisce una simile cultura così primitiva.
( pubblicato su Panorma il 18 agosto 2011)
Sandro Bondi
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