Proponiamo su Ragionpolitica.it la risposta che il coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha inviato ad un articolo di Umberto Ranieri pubblicato su «Il Foglio» venerdì 8 agosto.
Umberto Ranieri cerca di ragionare su un arco di tempo durante il quale l’attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo dominante (Il Foglio, «Fallito e vincente», venerdì 8 agosto, ndr). E lo fa con garbo, con profonda tensione intellettuale e con acuta intelligenza politica. Uno stile sempre più raro nella vita politica italiana. Per questo le riflessioni di Ranieri non devono essere lasciate cadere nel vuoto, come spesso accade di fronte a chi pone problemi seri e in maniera argomentata.
In sintesi, mi pare che Umberto Ranieri ponga tre questioni di fondo: la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi; la transizione del sistema politico verso un compiuto sistema dell’alternanza, infine l’obiettivo di costruire la casa dei moderati nel solco del popolarismo europeo. Rispetto a queste tre questioni, il giudizio di Umberto Ranieri su Berlusconi è molto severo, anche se non risparmia critiche al suo stesso partito, alla sinistra italiana e alla Lega di Umberto Bossi.
Cercherò da parte mia, anche sulla base della mia esperienza diretta di questi avvenimenti, di fornire una mia interpretazione del cosiddetto «berlusconismo», con il desiderio di essere il più obiettivo e onesto possibile. Innanzitutto la discesa in campo di Berlusconi. Concordo con il giudizio di Ranieri: «Il Cavaliere comparve all’orizzonte per riempire il vuoto che si era determinato al centro della società italiana con il crollo dei partiti-pilastri della Prima Repubblica». Il suo successo improvviso, inoltre, si spiega con «l’incapacità della sinistra di fare i conti con i mutamenti intervenuti con l’89».
Da parte mia, aggiungo a questa analisi totalmente condivisibile, una ulteriore circostanza: oltre al vuoto che si era determinato nella società italiana, a seguito all’eliminazione per via giudiziaria dei partiti democratici della Prima Repubblica, era cresciuta da tempo una forte domanda di cambiamento, che si espresse dapprima con il movimento referendario di Segni e poi con la nascita della Lega al Nord. Senza considerare questo dato, non si spiegherebbe l’implosione del sistema politico e la crisi repentina dei partiti della Prima Repubblica di fronte alla prime inchieste della magistratura.
Dunque anche Berlusconi ha raccolto una esigenza di rinnovamento del sistema politico e di modernizzazione del sistema Paese che la società civile esprimeva in più modi. E qui veniamo subito alla questione posta da Raneri. Che uso ha fatto il fondatore di Forza Italia, l’uomo che in pochi mesi era riuscito a sbaragliare la gioiosa macchina da guerra della sinistra e ad insediare un nuovo governo combinando insieme la forza della Lega al Nord e dell’ex Msi al Sud, della fiducia suscitata in un progetto di rivoluzione liberale? La risposta non è semplice. Certamente hanno pesato negativamente l’improvvisazione della discesa in campo, la mancanza di un solido retroterra culturale, nonostante il contributo immediato offerto da intellettuali del calibro di Antonio Martino e Giuliano Urbani, una coalizione assemblata sull’onda di una emergenza e unita dalla forza trascinante di un leader piuttosto che il risultato di un lento processo di aggregazione di assimilazione fra culture diverse. Tutto questo ha certamente pesato sul corso degli avvenimenti e sul pieno successo di una politica autenticamente liberale.
La mia opinione tuttavia è che gli ostacoli più decisivi incontrati da Berlusconi sulla via della modernizzazione del nostro sistema produttivo e del rinnovamento del sistema politico sono stati altri. In particolare ne individuo quattro: l’influenza della magistratura, il tipo di opposizione svolto dalla sinistra, le contraddizioni della Lega, infine il ruolo non secondario del ministro Tremonti.
Certamente il macigno più grande è quello della magistratura. Se una parte della magistratura non avesse esercitato una funzione così debordante, al punto da alterare gravemente i corretti rapporti fra i diversi ordini dello Stato a scapito della democrazia, le cose sarebbero andate ben diversamente, non soltanto per Berlusconi, ma per l’intero sistema delle forze politiche. Quando le tensioni di quest’epoca politica saranno svanite, la storia si incaricherà di mostrare il brutale accanimento che contro Berlusconi è stato dispiegato in questi anni da una micidiale tenaglia mediatico-giudiziaria, calpestando i principi su cui si fonda un’ordinata e solida democrazia. La sinistra ha creduto, dal ’92 ad oggi, di poter cavalcare e approfittare di questa aggressione giudiziaria contro Berlusconi, non comprendendo che non esiste alcuna scorciatoia possibile rispetto alla necessità di presentarsi come una credibile forza di governo. Così ad ogni tornante decisivo la sinistra si è allontanata piuttosto che avvicinarsi alla meta di una sinistra riformista, lasciando un Paese stremato da una contrapposizione dilaniante e senza vincitori. Solo una persona profondamente onesta e chi ha avuto l’opportunità come me di fare un’esperienza diretta di queste vicende, può rendere testimonianza dell’asprezza senza precedenti delle accuse e dell’ostracismo giudiziario che si è scagliato contro Berlusconi, distraendo in questo modo risorse ed energie che avrebbero potuto essere convogliate verso l’impegno politico e di governo. Senza far riferimento a questo elemento giudiziario non è possibile definire un quadro obiettivo di quanto è accaduto in questi ultimi due decenni. E’ certo tuttavia che se non vi fosse stato questo accanimento giudiziario, o se almeno negli ultimi anni fosse stato approvato il lodo a garanzia delle più alte cariche dello Stato durante l’esercizio del proprio mandato, tutto sarebbe stato diverso e l’Italia ne avrebbe guadagnato.
Il secondo elemento che ha pesato sull’evoluzione del sistema politico italiano e contributo a determinare il successo o l’insuccesso della volontà di Berlusconi di cambiare l’Italia, è dipeso dalla natura e dai caratteri dell’opposizione di sinistra. Fin dal primo momento dalla sua discesa in campo, Berlusconi è stato per la sinistra ciò che il drappo rosso rappresenta per il toro. La figura di Berlusconi per gran parte della sinistra e dello stesso mondo cattolico non ha costituito un fenomeno da comprendere oltre che da combattere, ma soprattutto il simbolo di ogni nequizia possibile e, purtroppo, la prova vivente della propria superiorità politica e morale. E’ accaduto così che il nascente bipolarismo si è immediatamente sposato ad una contrapposizione politica ancor più radicale di quella in vigore dal dopoguerra in poi, nell’epoca cioè in cui le divisioni ideologiche giustificavano uno scontro politico aspro e irriducibile. I tentativi che pur ci sono stati per dare vita ad un bipolarismo mite, per riprendere le parole di quel galantuomo che è Piero Fassino, nel quale il confronto potesse avvenire limpidamente sui contenuti e sui programmi anziché sulla delegittimazione reciproca, avvenuti in concomitanza della bicamerale presieduta da Massino D’Alema e successivamente con il progetto inseguito da Walter Veltroni di un partito a vocazione maggioritaria, sono purtroppo falliti a causa delle rispettive titubanze, delle inframmettenze della magistratura e in ultimo anche a causa della mancanza di lungimiranza politica, tipica della classe politica succeduta alla Prima Repubblica.
Un altro elemento da considerare, se si vuole condurre una valutazione equanime dell’operato di Berlusconi in questi anni, riguarda la crisi economica che dagli Stati Uniti si è diffusa in tutto il mondo, gli effetti della quale non si sono ancora esauriti, anzi conoscono oggi una particolare recrudescenza. Quando ad esempio leggo un uomo di profonda onestà intellettuale come Piero Ostellino giudicare il governo Berlusconi sulla base dei canoni tradizionali del liberalismo e di una mancata rivoluzione liberale, ritengo che non si valuti abbastanza ciò che è cambiato in conseguenza di questa crisi economica, paragonabile soltanto a quella del 1929. Per me Obama è l’uomo politico che più di ogni altro riassume nella sua figura e nella sua esperienza di governo le spaventose difficoltà in cui si trova oggi la politica, soprattutto una politica che si incarichi di promuovere il bene comune, di fronte ai cambiamenti dell’economia, alle incertezze di un mondo che cambia, sospeso tra speranze di progresso e ricadute nel passato. Di fonte a questa crisi, che non è la crisi del mercato o del capitalismo, ma che deriva dall’assenza di regole e di valori di coesione sociale, né le tradizionali ricette socialdemocratiche né quelle liberiste hanno avuto la meglio.
Siamo davvero in un mare in tempesta, come ci ricordava i compianto don Gianni Baget Bozzo, nel quale tutti i tradizionali punti di riferimento vengono messi in discussione. In questa tempesta, spetta alla politica, ad una politica che creda ancora in alcuni principi umani, indicare la rotta. Così come spetta alla politica indicare delle soluzioni concrete a problemi nuovi, soluzioni tuttavia che non sarà più possibile derivare semplicemente dalle ideologie, bensì dalla conoscenza della realtà e dalla prudente capacità di individuare il giusto punto di equilibrio fra principi e esigenze diverse. Se questo è lo scenario generale, è facile ammettere che nessuno ha delle ricette pronte, tutti siamo alle prese con difficoltà impreviste, di fronte alle quali il mondo politico nel suo complesso appare generalmente impreparato. L’esperienza ci dice che, in queste condizioni, sbaglia di meno chi ha una maggiore capacità di prendere atto della realtà, di agire pragmaticamente e realisticamente, non lasciandosi condizionare o fuorviare dalle ideologie e dagli utopismi, il che non vuol dire rinunciare all’impegno politico in base ad un sistema di valori.
La sinistra, e la sinistra italiana in particolare, paga di più lo scotto di una cultura astratta, umanistica e fondamentalmente ideologica, che la conduce a ignorare i dati della realtà e perciò ad approntare rimedi che finiscono per aggravare i problemi stessi. Non si può dire che il centrodestra in questi anni abbia esercitato una egemonia culturale sulla società italiana, ma neppure è lecito sostenere il contrario, e cioè che abbia potuto governare senza avere un minimo di bagaglio culturale, di conoscenza della realtà e di passione civile e politica. Non tutto ciò che il centrodestra ha fatto è negativo o addirittura fallimentare. Anzi, molte riforme sono state approntate e realizzate, senza purtroppo il concorso responsabile dell’opposizione. I
ll centrodestra avrebbe potuto fare di più, come reclamano ancora i nostri stessi elettori o come sostengono commentatori non pregiudizialmente ostili all’attuale governo? Credo di sì. A questo proposito è impossibile eludere un giudizio sulla politica della Lega e, in particolare, sul profilo di un ministro come Giulio Tremonti. La Lega ha subìto in quest’ultimo decennio un’indubbia trasformazione in senso positivo: da movimento secessionista è passato ad assumere sempre di più i caratteri di un movimento di tipo nazionale e di governo, senza tuttavia perdere la sua carica di lotta e di contestazione, anche in forme non sempre apprezzabili.
Quello che a mio avviso ha condizionato in negativo il comportamento della Lega, finendo per dettare in alcuni momenti la linea del governo, è la foga nel voler tradurre immediatamente gli umori del proprio elettorato in provvedimenti governativi, che avrebbero avuto bisogno di una maggiore ponderazione e condivisione, e la totale mancanza nella propria azione di un respiro internazionale. Gianfranco Fini, purtroppo, con le sue esternazioni polemiche e spesso provocatorie, ha finito per esaltare le posizioni della Lega, piuttosto che contribuire a riportarle nell’alveo di una convincente azione di governo di stampo moderato.
Il profilo del governo è stato talune volte compromesso da questo atteggiamento frettoloso e radicale della Lega, mentre l’immagine moderata del Popolo della Libertà né è risultata viceversa compromessa. Ad un certo punto, il governo è apparso come caratterizzato da un asse del Nord, complice lo stretto rapporto tra le Lega e il ministro Tremonti, in conseguenza del quale hanno avuto origine una serie di movimenti del Sud, alcuni dei quali incoraggiati all’inizio dalla stessa Lega, o almeno dall’attivismo del Ministro Calderoli.
Riguardo al ministro Tremonti il giudizio è più complesso. In questa disanima, credo non mi offuscherà la mia esperienza personale, cioè il rapporto personale che ho avuto con Tremonti nel corso della mia esperienza di ministro della cultura. Sono forse tra i pochi, nel Pdl, ad aver avuto un rapporto intenso dal punto di vista intellettuale con Tremonti. Purtroppo, lo dico con dispiacere ma con cognizione di causa, il limite più gravido di conseguenze negative del suo operato risulta dal carattere. Tremonti avrebbe potuto massimizzare il profilo riformista dell’attuale governo, soprattutto nei primi due anni, accompagnando e armonizzando lo sforzo dei singoli ministri, naturalmente non assecondando le richieste immotivate, ma incoraggiando quelle seriamente fondate. Tremonti, invece, ha fatto esattamente il contrario. Ha reso difficile se non impossibile percorrere la strada delle riforme, imponendo tagli lineari non sempre condivisibili e in alcuni casi aprendo i cordoni della spesa in maniera poco coerente. Tutto questo in ossequio al rigore di bilancio, che, pur essendo sacrosanto, non ha impedito oggi all’Italia di trovarsi in condizioni drammatiche. La verità è che Tremonti ha sempre pensato in termini di equilibrio di bilancio, ma poco o niente in termini di sviluppo. Anche l’ultima manovra, approvata per mantenere fede agli impegni presi in sede europea, appare viziata da una serie di misure scarsamente efficaci nonché impopolari, e dall’assenza di provvedimenti finalizzati alla ripresa dell’economia. In sintesi, la mia opinione sull’operato di Tremonti non è lusinghiera. Credo che in generale egli abbia goduto di un favore da parte della stampa e perfino da parte dei suoi avversari superiore ai propri meriti. Se si guarda infine al partito, al Popolo della Libertà, il giudizio su Tremonti non migliora. Specialmente in questi ultimi anni la sua figura è apparsa agli occhi di molti nostri elettori, più affine alla Lega che al Pdl, più legata a Bossi che a Berlusconi. Credo che sia stato un errore da parte di Tremonti, perché un suo più deciso coinvolgimento politico all’interno del Pdl avrebbe aiutato l’intero partito a rafforzarsi, a crescere e a far maturare una classe dirigente più forte e più compatta, all’interno della quale anche Tremonti sarebbe stato più autorevole e maggiormente riconosciuto.
Ora questo compito spetta ad Angelino Alfano, il cui compito sta già suscitando entusiasmo fra i nostri elettori e un promettente rispetto da parte degli avversari politici. Credo che anche questa scelta sia da ascrivere, come ha riconosciuto Angelo Panebianco, all’intelligenza politica di Berlusconi. Dopo quasi vent’anni Berlusconi non è stato sconfitto. Il governo che guida non ha alternative credibili. La sinistra non è ancora in grado di presentarsi come una valida alternativa di governo. Il partito a cui Berlusconi ha dato vita mostra di essere in grado di reggere alle sfide del futuro. Egli d’altra parte, diversamente dalla sinistra, ha saputo preparare le condizioni del rinnovamento, ha saputo investire per tempo una nuova generazione di responsabilità politiche e di governo. Affinché questo percorso virtuoso non si interrompa, è ancora necessaria la sua presenza e la sua leadership, certo diversa dal passato, ma non meno preziosa.
In questi due anni si decide del futuro del Paese. Il governo può ancora fare alcune cose utili per il Paese, magari con il concorso dell’opposizione. E nel campo del centrodestra l’investimento sul futuro compiuto da Berlusconi può avere la possibilità di consolidarsi e rafforzarsi, in modo da presentarsi con le carte in regola quando sarà il momento. Anche la sinistra potrebbe spendere utilmente questi due anni di tempo da qui alle prossime elezioni. Anziché chiedere insistentemente elezioni anticipate o fantomatici governi tecnici, potrebbe approfittare di questo tempo per mettere a punto un programma di governo, per presentare una credibile alleanza politica e un indicare, in vista delle prossime elezioni, un leader autorevole e affidabile. In questo modo, questo ciclo politico che Umberto Ranieri ha tratteggiato in maniera così dettagliata e convincente, potrà forse concludersi in maniera meno negativa di quanto pensiamo. E forse anche il bilancio dell’esperienza politica di Berlusconi, quando sarà fatto da cuori e cervelli meno appassionati, potrà apparire in una luce nuova e più sorprendente.
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