Torna l’incubo attentati sulle vacanze degli israeliani. Tre attacchi nella giornata di giovedì hanno colpito a venti chilometri dalla città di Eilat, celebre località turistica sul Mar Rosso, nel deserto del Negev. Due autobus sono stati colpiti a distanza di un’ora con mitragliatrici, lanciarazzi e mortai, e un mezzo militare in arrivo per proteggere i civili è saltato su una mina stradale. Sette israeliani sono morti e 33 sono stati feriti, mentre almeno sette attentatori sono stati uccisi dalla reazione delle forze di sicurezza.
L’attacco sconvolge una delle zone di Israele dove l’allarme antiterrorismo aveva con il tempo lasciato il posto a una routine frontaliera apparentemente tranquilla. Ma a questo punto risulta ormai chiaro a tutti, anche a quanti hanno continuato a far finta di niente per mesi, che alla guerra permanente contro Israele si è aggiunto il fianco sud e che le speranze che il mondo riponeva nella cosiddetta primavera araba sono andate ampiamente deluse.
Per Israele si avvera un timore cominciato a febbraio, quando gli egiziani hanno deposto il rais Hosni Mubarak e la giunta militare che lo ha sostituito si è dimostrata incapace di riempire il vuoto di potere.
Il nuovo Egitto non ha rotto l’alleanza con Gerusalemme, ma non esercita più il controllo di prima sulle frange estremiste ed è diventato di fatto il fianco sud della lotta tra Gerusalemme ed i terroristi. Di fatto la nuova politica estera dell’Egitto ha imboccato una svolta ostile contro Israele. Con la parziale apertura del valico di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, la giunta militare non ha fatto altro che agevolare i terroristi che hanno usato la nuova libertà non solo per aumentare il traffico di armi verso il territorio palestinese, ma anche lo scambio di uomini con la jihad egiziana, che non a caso negli ultimi cinque mesi ha messo a segno cinque attacchi contro le pipeline del gas egiziano, ha attaccato le stazioni di polizia ed il porto di Nueiba, ed il 30 luglio con l’attacco a El-Arish ha provocato la morte di due poliziotti e tre civili nel tentativo di promuovere la jihad globale. Per non parlare delle autostrade che, secondo quanto riportano i media egiziani, sono ormai in mano ai terroristi dall’inizio di agosto.
La tardiva risposta militare ha portato al dispiegamento di due battaglioni di circa un migliaio di uomini, ma per il momento i risultati sembrano non arrivare, come dimostra l’attentato di ieri contro Israele. Il ministro della Difesa, Ehud Barak, ha accusato Hamas: «le origini del terrore sono a Gaza e agiremo contro di esse con tutta la nostra forze e determinazione», e la rappresaglia è stata immediata. Gli aerei israeliani hanno bombardato obiettivi scelti a Gaza, uccidendo cinque appartenenti a un’organizzazione salafita legata a Hamas.
Ma se è vero che i terroristi palestinesi sono coinvolti nell’attentato, non si possono però dimenticare le responsabilità egiziane. Ciò che è successo dimostra che vi è una questione irrisolta nell’area, e che Israele deve predisporre una nuova strategia per contenere la minaccia che arriva dall’Egitto. Occorrerà rafforzare le frontiere, migliorare l’intelligence, aumentare il Southern Command a livello di divisione, equipaggiare in modo adeguato lo IDF e perfino iniziare l’addestramento per una guerra nell’area. Dopo 30 anni l’alleato su cui Gerusalemme contava è diventato un nemico, per questo l’allerta è massima, perché ciò che dimostra l’attentato di giovedì è Israele ad essere la prima vittima della «primavera araba».
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