Coppia e matrimonio. Ruolo della donna, ruolo dell'uomo. Figli si, figli no. Questi sono i dilemmi che ridefiniscono nella società moderna la nuova frontiera della nevrosi: il timore di affrontare una scelta definitiva quale è il matrimonio ha fatto sì che stuoli di sociologi d'assalto costruissero le proprie carriere sull'individuazione, spesso pretestuosa e raramente in buona fede, di tutte le scappatoie possibili da un istituto naturale vecchio quanto il genere umano che oggi viene percepito dalla «kultura» mainstream come intollerabile e soffocante capestro.
A questo si coniuga una società in generale e un mondo del lavoro nello specifico che, se sulla carta si sbraccia e sbraita a gran voce sulle tutela della condizione femminile, sulla necessaria parificazione dei ruoli tra femmine e maschi, sull'abominevole sfruttamento dell'immagine della donna ridotta a oggetto o soprammobile, nella realtà amara della cose degrada la donna nella peggior maniera possibile, ovvero costituendo una immane, smisurata rete di conventiones ad excludendum fondate su un presupposto tanto semplice quanto abominevole: per «emanciparti» davvero e conseguire il ruolo paritario che ti spetta devi negare te stessa, fare violenza alla tua stessa natura, contraddire in toto, con la parola, l'azione e il pensiero quanto è naturalmente scritto nel tuo DNA.
Da un punto di vista lavorativo il matrimonio potrebbe risultare una zavorra di non poco conto, perché una donna libera e disponibile lavora senz'altro meglio di una che deve occuparsi di casa e marito. I figli invece rappresentano sicuramente una palla al piede, perché per il job system neocorporativo e neodirigista, nell'ambito del quale non esistono figure indispensabili ma tutti i lavoratori, ad ogni livello, sono elementi fungibili dei quali il moloch aziendale deve poter fare assolutamente a meno in caso di necessità, ogni scelta che possa deviare dal credo laico dell'omologazione (che è concetto ben diverso e, anzi, antitetico rispetto a quello di parità...) risulta prossima alla blasfemia. Non è quindi né plausibile, né tollerabile che una donna intenzionata a fare carriera metta al mondo dei bambini: come potrebbe conciliare la dedizione assoluta alla vera realizzazione del sé, che passa ineluttabilmente per l'agognata porta della promozione e dello scatto stipendiale, se al contempo ella è costretta ad occuparsi di pannolini, malattie esantematiche, saggi di danza o pianoforte, weekend fuoriporta, visite al parco e corse in passeggino al supermercato?
Assodato che quarant'anni di lotta femminista hanno fallito il bersaglio e sono stati sconfessati da tante «streghe» arrabbiate di una volta, vedi Eugenia Roccella per citarne una, viene da chiedersi dove siano andati a nascondersi gli altrettanto arrabbiati sindacati camussiani che, dopo aver gridato a pieni polmoni «se non ora quando?!?», si sono prontamente defilati di fronte all'emarginazione sistematica che la donna subisce quotidianamente nel mondo del lavoro in virtù del fatto di essere, per l'appunto, donna.
Nel libro di Costanza Miriano, giornalista del TG3, il ruolo della donna nella famiglia, nella società emerge senza approcci ideologici. Cotanza Miriano è tetragonamente Cattolica e quindi (quasi) sempre di buonumore. E’sposata, sottomessa, almeno così le piace dire, ed è madre di quattro bambini. Questo almeno è ciò che di lei leggiamo nella nota biografica del suo esilarante e umanissimo libro «Sposati e sii sottomessa». Non lasciatevi distrarre dal titolo volutamente provocatorio: non si tratta di un nuovo manifesto di denuncia dello sfruttamento dell’immagine femminile, né troverete in queste 252 pagine, che divorerete in un pomeriggio o poco più, nuove frontiere spirituali di una riscoperta coscienza uterina. Non si tratta neppure di una raccolta di mozioni di sentimento stile «posta di Cioè» o «Rubrica di Zia Bice».
La verità è che risulta difficile ascrivere ad un genere preciso il libro di Costanza: un po’ è autobiografia, un po’ è saggio, pur non presentando, tuttavia, né l’autocompiacimento della prima né la pedanteria accademica del secondo. La dimensione autobiografica si concretizza nei ritratti che Costanza fa dei propri amici, dei propri familiari e delle loro rispettive situazioni affettive, le quali sono prodromiche ad approfondimenti e riflessioni mai scontate e mai banali, ma anzi geniali nella loro cristallina semplicità. Il trait d’union tra i diversi piani narrativi è, sempre e comunque, l’ironia. Un’ironia straordinaria che riesce ad essere contemporaneamente gentile nei presupposti e fieramente caustica negli esiti, senza mai risultare offensiva pur nella sua sostanziale scorrettezza politica. A questo punto è utile parlare del concetto di sottomissione secondo Costanza. La quarta di copertina ci viene subitaneamente in aiuto: «Qualcuna sa che si può essere felici persino con il marito? E’ora di imparare l’obbedienza leale e generosa, la sottomissione. E tra noi ce lo possiamo dire: sotto ci si mette chi è più solido e resistente, perché è chi sta sotto che regge il mondo». Questo è il tavolo in mezzo al quale Costanza pianta l’ascia, senza tracotanza ma con felicissima intuizione e naturale, umana, femminile coscienza: riscoprire l’esistenza dei ruoli all’interno della coppia, la non intercambiabilità dei medesimi, la assoluta e deleteria pretestuosità delle tante «liberatrici di coscienze» le quali, a furia di «emancipare» hanno degradato l’uomo a gingillo e condannato intere generazioni di donne alla nevrosi ed alla solitudine, attraverso la distorta concettualizzazione della realtà naturale del rapporto di coppia e la conseguente creazione ad hoc di falsi bisogni, di falsi miti, di falsi idoli.
«Sposati e sii sottomessa» diviene quindi un vero e proprio faro che contribuisce a ad illuminare e ad inquadrare nella giusta prospettiva infinite situazioni di vissuto quotidiano sulle quali troppo spesso per noia, per pigrizia, per superficialità o per dissonanza cognitiva preferiamo la comoda strada del dubbio fine a se stesso, della confusione, del “scegliere di non scegliere», come se questa «scelta» fosse il più nobile ed aristocratico approccio all’esistenza, alla vita. Di coppia e non solo. Per questo non esiste un lettore-tipo a cui suggerire la lettura del libro di Costanza: è un’opera che andrebbe letta, da tutti, giovani e meno giovani, single e coppie consolidate, con prole o senza. Tra le tante ragioni, una su tutte: nonostante l’autrice fustighi senza pietà gli innumerevoli luoghi comuni che ammorbano oggi la concezione di coppia, di matrimonio e di maternità, nel suo libro non c’è alcuna acrimonia, nessun livore controriformista, nessun paternalismo santimonioso e compiacente, ma si avverte, bruciante, uno sconfinato amore per la vita.
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