Dopo oltre sei mesi dai primi disordini scoppiati il 17 febbraio scorso in Cirenaica la sorte del regime libico del Colonnello Gheddafi appare segnata da un crollo imminente. I combattimenti a Tripoli impazzano in diversi quartieri della città, in particolare nei pressi dell’hotel Rixos, sede dei giornalisti stranieri accreditati in Libia. Secondo fonti giornalistiche occidentali regnerebbe il caos assoluto nella capitale, controllata comunque al 90% dai ribelli, convinti ormai di poter ottenere la definitiva capitolazione del regime e galvanizzati anche dalla conquista della sede della tv di stato libica.
La situazione attuale è però ancora fluida, poiché è ancora in corso la caccia, in numerosi quartieri, ai fedelissimi del rais che, insieme a truppe mercenarie, non accettano nessuna ipotesi di resa, anzi sono estremamente pericolosi per essersi trasformati in abili cecchini. La zona dei principali scontri si concentra nell’area protetta di Bab al-Aziziya che, ubicata nella parte meridionale della città, rappresenta il cuore pulsante dell’apparato militare e centro nevralgico per la sopravvivenza del regime. L’area è circondata da reparti delle milizie scelte di Gheddafi ed ospita numerosi bunker, dove si presume si nasconda lo stesso rais e alcuni dei più alti gerarchi.
In queste ultime ore vi sono state diverse manifestazioni di euforia da parte della popolazione civile libica, felice di essersi liberata dopo 42 anni di uno dei regimi più longevi. Il CNT (Consiglio transitorio libico) per voce del suo Presidente Mustafa Abdel Jalil, che si prepara al trasferimento della propria sede da Bengasi a Tripoli, ha mostrato grande soddisfazione sull’esito dei combattimenti per liberare Tripoli ed ha dichiarato: «entro 48 ore elimineremo le sacche di resistenza». Ha poi affermato che le forze della resistenza hanno catturato due dei tre figli del rais, Saif al Islam e il primogenito Mohammad. In tal senso, Jalil ha voluto rassicurare la comunità internazionale dichiarando di voler consegnare gli esponenti del vecchio regime alla giustizia internazionale e di essere in contatto con il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, in modo da assicurare alla stessa Corte, in caso di cattura, il rais e suo figlio Saadi Gheddafi, famigerato comandante della 32esima brigata su cui gravano le accuse di crimini contro l’umanità. L’attuale situazione, quindi, sembra volgere secondo quanto auspicato dalle principali democrazie occidentali quando decisero di intervenire in Libia, dopo il via libera dell’Onu, anche se, oltre all'euforia, nel popolo libico serpeggia un clima d'incertezza sul dopo Gheddafi.
Il punto dolente è la tenuta dello Stato beduino. Vi è infatti il rischio che la crisi libica possa acuirsi a causa dell'instabilità degli equilibri tribali proprio adesso: nell’imminente e delicata fase di transizione del potere. La comunità internazionale e le principali democrazie interessate agli equilibri geopolitici nel Mediterraneo dovranno intensificare gli sforzi per vagliare attentamente qualsiasi segnale che possa far presagire il rischio di infiltrazioni di frange di integralismo islamico nelle nuove istituzioni libiche.
In queste ore convulse la diplomazia internazionale non intende avviare piani d’intervento di truppe per garantire la transizione. La gestione di tale processo di transizione potrebbe essere, invece, affidata ad osservatori dei paesi arabi, già resisi disponibili a questa eventualità. Il primo ministro ad interim del CNT, Mahmud El-Warfally, nei recenti incontri internazionali ha avuto modo di illustrare un piano che prevede la formazione di un governo transitorio con la presenza delle forze di opposizione, in attesa di libere elezioni per eleggere i rappresentanti del Parlamento nazionale. Il governo dovrebbe essere affiancato da tre commissioni che si occuperebbero dei seguenti ambiti: riconciliazione, ricostruzione e istituzioni.
L’Italia ha già da tempo sviluppato rapporti diplomatici con gli esponenti del CNT, affidando a personale esperto il compito di far sì che venga ripristinata la facoltà di intervento del nostro Paese in alcuni settori di competenza, come la gestione della sicurezza dei porti, delle dogane i servizi sanitari, che le saranno presumibilmente affidati dagli accordi internazionali. Si tratta di un piano di intervento volto ad evitare un tracollo amministrativo e delle strutture di assistenza e dei trasporti.
Oltre a tutto ciò è vitale riuscire ad evitare che il processo di transizione democratica sia travolto dal rischio di una deriva istituzionale ad opera degli integralisti islamici, che intensificheranno i propri sforzi per tentare di inserirsi nei gangli del potere ed imporre le loro condizioni alle future istituzioni libiche. E' necessario, quindi, tenere alta la guardia affinché le decisioni che saranno assunte per il futuro della Libia non si trasformino nell’ennesimo «boomerang» per la comunità internazionale.
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