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Numero 476
del 22/05/2012
Sud Sudan. Un nuovo Stato, gli stessi problemi di sempre PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
venerdì 26 agosto 2011

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Indipendenti dal Sudan dal 9 luglio, gli abitanti del Sud Sudan possono dirsi liberi finalmente, dopo decenni di oppressione da parte del governo di Khartoum, ma non in pace e al sicuro. Vivono nell'ansia le popolazioni degli stati al confine con il Sudan. Al di là della frontiera non si è smesso di combattere per mesi negli stati ricchi di giacimenti di petrolio che entrambi i governi reclamano. In quello di Abyei gli eserciti dei due paesi hanno sospeso le attività lo scorso mese, ma resta da risolvere la questione della sua appartenenza, che avrebbe dovuto essere decisa tramite un referendum, rinviato invece sine die da Khartoum nel timore che la popolazione scegliesse il Sud Sudan. Nel Sud Kordofan Khartoum ha appena annunciato il cessate il fuoco dopo aver fatto strage per settimane delle etnie che, durante la guerra civile tra il nord arabo e islamico e il sud popolato da etnie nilotiche prevalentemente cristiane, hanno combattuto al fianco del sud e che ora vorrebbero diventare parte del nuovo stato.

L'insicurezza per la popolazione in Sud Sudan deriva inoltre dalle bande armate, in certi casi veri e propri eserciti, che rispondono agli ordini di ex comandanti Spla (il movimento che ha condotto per 20 anni la lotta contro Khartoum) in contrasto con la sua leadership che ora dirige il paese e divenuti capi dell'opposizione armata al governo. Dove le bande di ribelli si scontrano con l'esercito governativo, la popolazione civile ne fa le spese, come di consueto. Ma non basta. Una minaccia ancora più temibile alla stabilità e alla pace deriva dalla conflittualità tribale, endemica in Sudan come nel resto del continente africano.

Nei giorni scorsi si sono verificati scontri particolarmente gravi nel Jonglei, uno dei dieci stati che compongono la Repubblica del Sud Sudan. Il bilancio è di oltre 600 morti e di quasi 1.000 feriti. A scontrarsi sono stati i Murle e i Lou Nuer, due etnie dedite alla pastorizia. Il 18 agosto dei giovani Murle hanno attaccato diversi insediamenti Lou Nuer, nei pressi della città di Pieri, li hanno incendiati, distruggendoli in gran parte, e poi se ne sono andati portando con sé circa 38.000 capi di bestiame. Sembra che l'azione sia stata la risposta a un recente furto di bestiame di proprietà Murle compiuto dai Lou Nuer: ultimi episodi di una catena infinita di aggressioni che ogni anno provocano centinaia di vittime e danni materiali dalle drammatiche ripercussioni sulla vita di migliaia di persone.

Gli scontri etnici a scopo di razzia, oppure per impossessarsi di un punto d'acqua o di un pascolo, in effetti sono frequenti - in tutto il continente non solo in Sud Sudan - tanto da fare notizia solo quando assumono proporzioni enormi come in questi giorni nel Jonglei. Si verificano soprattutto nei territori aridi e semi-aridi popolati da tribù di pastori nomadi e si intensificano ogni anno con l'avanzare della stagione secca quando risorse, acqua e pascoli incominciano a mancare.

La scarsa e irregolare capacità produttiva delle economie africane tradizionali rende da sempre la guerra di conquista e di rapina un fattore economico strutturale, utile e talvolta necessario a garantire la sopravvivenza di una comunità. Inoltre per i pastori africani il bestiame non è soltanto il principale mezzo di sussistenza. Costituisce anche un essenziale elemento di status. Possedere centinaia e migliaia di capi, seppure macilenti, è prova di ricchezza e permette di assicurare ai propri figli maschi tante mogli, scelte tra le migliori, pagando per loro un elevato prezzo della sposa in capi di bestiame: e tante mogli portano altra ricchezza con il loro lavoro e con i molti figli che possono generare. I Murle, oltre al bestiame, rapiscono i bambini. Ne hanno pochi e i bambini, insieme alle donne, sono la manodopera su cui grava la maggior parte delle attività lavorative. Dice a ragione il governatore dello stato di Jonglei, Kuol Manyang: «Le gente ha bisogno di bestiame per sopravvivere, per la propria sicurezza alimentare e per i matrimoni, ed è in competizione per la terra e per l'acqua: tutto questo a causa del sottosviluppo». In effetti, solo l'abbandono delle economie di sussistenza, e delle istituzioni sociali ad esse correlate, e lo sviluppo di settori economici moderni può mettere fine alla cronica scarsità di risorse e alle guerre tribali che ne derivano. 
  
  
  
 




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