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Numero 476
del 22/05/2012
La «nuova Libia» PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Gianmoena
gianmoena@ragionpolitica.it
  
venerdì 26 agosto 2011

berlusconi-jibril-100.jpgLa fase più delicata per un Paese che si affranca dalla dittatura è nel momento in cui il suo popolo acquista la libertà. La Libia sta vivendo questo percorso. Gheddafi non è ancora capitolato ma il suo apparato politico-militare ha ceduto ed i lealisti fedeli al Colonnello hanno perso il controllo di Tripoli. Buona parte del territorio libico è sotto il controllo dei ribelli ma la guerra civile non terminerà finchè Gheddafi non verrà catturato o ucciso. Il leader rivoluzionario della Jamāhīriyya forse finirà in questo modo i suoi giorni, difficilmente fuggirà, ma tenterà, invece, di trasformare la guerra civile in guerriglia come fece Saddam Hussein. Nel frattempo i combattimenti continuano incessanti, ripresi dalle telecamere del mondo e narrati da giornalisti che rischiano di cadere vittima del risentimento delle forze lealiste, come è accaduto ai quattro italiani riusciti, poi, a mettersi in salvo.

Lo Stato costruito e rappresentato dal solo Gheddafi sta crollando, ma il suo posto non è ancora stato occupato dal Consiglio nazionale transitorio libico istituito dagli insorti e riconosciuto da buona parte della comunità internazionale. Le forze ribelli, con l’aiuto della Nato, stanno avendo la meglio sul piano militare, ma il grande interrogativo si pone sul piano politico ed amministrativo: saranno in grado di edificare uno Stato democratico, una «nuova Libia» sulle macerie di un ordinamento beduino di stampo socialista panarabo, che sino ad ora era riuscito a tenere insieme il complesso sistema tribale libico? La responsabilità della risposta non deve essere attribuita solo a loro. Anche l’Occidente dovrà farsene carico per difendere i propri interessi e scongiurare una deriva integralista in una terra in cui la «primavera araba» è stata volutamente fomentata da Paesi occidentali come la Francia, la quale, attraverso un «umanitarismo interventista», ha colto l’occasione di riacquistare la credibilità perduta di fronte al mondo arabo a causa di anni di connivenza con il dittatore tunisino Ben Ali ed, al contempo, di porre anch’essa un’ipoteca sulle risorse energetiche libiche.

Per realizzare un nuovo modello di convivenza sociale civile che possa attecchire in Libia non basterà l'interventismo di Sarkozy, che ha bisogno di mostrare la «grandeur de la France» al mondo ed in particolare ai suoi potenziali elettori per le imminenti presidenziali francesi, ma servirà un forte impegno da parte della comunità internazionale, e sopratutto di paesi come l’Italia, che hanno intessuto relazioni storiche con i libici per realizzare un nuovo modello di convivenza sociale e civile che possa attecchire in Libia. Questa è la vera sfida che rasenta l’utopia: riorganizzare uno Stato democratico arabo in grado di garantire la pace sociale al suo interno e che sia l’esempio di un nuovo rapporto tra Occidente e Medio Oriente dopo la primavera araba.

Le dittature furono, nel Novecento, un interlocutore privilegiato per l’Occidente: costituirono un elemento di ordine sociale di fronte al caos di tribù, clan e sette religiose. Ora che la primavera araba ha fatto spirare il vento della libertà nel mondo islamico facendo cadere quasi tutte le dittature, il pericolo di una libanizzazione del Medio Oriente è alle porte ed il conflitto interislamico è destinato ad acuirsi. Chi, oggi, saluta la rivoluzione dei gelsomini come l’inizio di una nuova stagione di affermazione dei diritti civili individuali nel mondo arabo, pensa e legge la realtà islamica secondo un approccio occidentale. In realtà le tribù, i clan, le sette religiose islamiche stanno profittando dellla crisi degli Stati arabi per rivendicare le loro rendite di posizione e le loro identità culturali ed integraliste: non si comprenderebbe, altrimenti, come, oggi, le donne in Tunisia rischino di perdere la parità dei sessi stabilita per legge nel ’56 e persino il divieto della poligamia a causa del crescente integralismo o perché vengano di fatto escluse dai centri di potere nel dopo Mubarak in Egitto.

Gli Stati arabi, per rimaner in piedi, tentano di riformare le istituzioni offrendo, finalmente, concessioni ai loro popoli, come nel caso della Giordania e del Marocco o scelgono la via, ormai nefasta anche per loro, della repressione, come è accaduto in Libia o sta avvenendo in Siria. Solo la democrazia è il viatico di libertà e di garanzia della pace sociale, ma finora il mondo islamico non ne ha mai espresso una in forma compiuta. L’Occidente ci sta provando attraverso il rivisitato motto wilsoniano «safe for democracy» in Iraq ed, a fatica, in Afghanistan, e questi esempi ci inducono a pensare che il valore tipicamente ed esclusivamente di derivazione occidentale della democrazia sia un seme difficile da coltivare nella terra del mondo islamico.

Il contributo di cui si faranno portatori i Paesi occidentali nella fase di costruzione della «nuova Libia» dovrà anche essere teso a cercare di far coesistere in pace oppressi con oppressori ed a temperare le acerrime rivalità tribali. Si apre, quindi, un nuovo cantiere di edificazione di istituzioni democratiche anche sulle sponde del Mediterraneo. 

Silvio Berlusconi si è già messo all’opera, ed incontrando il primo ministro del Consiglio Nazionale Transitorio libico, Mahmus Jibril, ha offerto sostegno e ricevuto garanzie sul rinnovo degli accordi economici preesistenti con la Libia. L’amministratore delegato dell’Eni Scaroni, infatti, volerà lunedì a Bengasi e firmerà il ripristino dell’accordo energetico tra il nostro Paese e la Libia, delle erogazioni di gas e petrolio con la possibilità di fornitura gratuita al popolo libico per la prima fase di ricostruzione della «nuova Libia». Berlusconi, inoltre, ha concesso lo sblocco immediato dei fondi libici da noi congelati ed ha offerto la collaborazione dell’Italia nella formazione del personale addetto alla sicurezza dei cittadini ed  in molte altre branche della Pubblica amministrazione come, ad esempio, il settore dell’istruzione. La cooperazione tra i due Stati verrà, quindi, coordinata da un tavolo ristretto italo-libico che presiederà il ministro Frattini. Mahus Jibril ha lasciato l’Italia promettendo a Silvio Berlusconi che i lealisti non verranno perseguitati, e questo è l’unico modo per dare inizio al lungo e periglioso percorso di riappacificazione.

Con l’epilogo del regime di Gheddafi la Libia potrà avviare la sua ricostruzione, ha ricchi giacimenti petroliferi ed infrastrutture carenti: è un ottimo terreno di conquista per le economie del mondo, soprattutto durante una fase di crisi economica globale. Il nostro Paese aveva realizzato con Gheddafi affari per le grandi imprese come Eni e Finmeccanica ed anche per molte di media grandezza. Oggi la sfida per l’Italia è anche di cercare di ripristinare lo stesso volume di affari (anche in considerazione del fatto che è già scoppiata una disputa economica per aggiudicarsi nuove commesse in Libia e che coinvolge noi, gli Usa, la Francia, l’Inghilterra, la Cina, la Russia, la Turchia e persino la Thailandia con le sue imprese piccole e medie imprese), sempre che la Libia non cada vittima degli effetti negativi della primavera araba passando, quindi, dalla rivoluzione della Jamāhīriyya ad una deriva dell'integralismo islamico, che non è di certo propensa alla presenza ed ai valori di libertà e di democrazia dell'Occidente.




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