Calciatori in sciopero. E' ufficiale. Salta il primo weekend di campionato. Scusate ma non si può fare a meno di ridere. Amaramente. L'immagine che martella prepotentemente le mie sinapsi in questo momento è la faccia che immagino metterebbe su il sindacalista Giuseppe di Vittorio a sentir parlare di «sciopero» associato a «calciatori». Quindi penso all'immane investimento pubblicitario che ha salassato le casse delle reti via cavo per promuovere l'offerta a prezzo di costo o poco più dei canali tematici sportivi dedicati al calcio: tutto il campionato, serie A e di B. Meno male che restano pur sempre il curling, palla avvelenata, il torneo provenzale di Petanque, il log tossing scozzese (il lancio del tronco -n.d.a.-) e il balòt valdostano. Qualcosa da guardare lo troveremo comunque...Al di là del merito della questione, un plauso va comunque a Damiano Tommasi, presidente della associazione italiana calciatori (AIC) il quale, dimostrando doti retoriche, politiche e manageriali assolutamente infrequenti nel bel mondo del pallone ha, di fatto, messo in ginocchio il colossale leviatano delle società sportive.
Attenzione, tuttavia: liquidare la situazione come affronto alla morale o, peggio, come ininfluente sarebbe sbagliato, così come sarebbe sbagliato ascrivere agli operai del pallone il ruolo di biechi profittatori senza cuore. Indubbiamente eleganza vorrebbe, più ancora che la tanto abusata «etica», che i calciatori avessero evitato uno sciopero preventivo, perché la manovra è ancora in fieri e nessuna certezza v'è che il contributo di solidarietà sia confermato, e che, pure in caso di adozione del medesimo, essi facessero buon viso a cattivo gioco. Noblesse oblige, insomma, assodata la non indifferente entità degli emolumenti garantiti ai novelli braccianti, anzi, piedanti. Allo stesso modo diventa molto facile fare gran retorica e sfoggiare risentita sicumera riguardo agli stipendi altrui, soprattutto quando l'enormità dei medesimi viene rapportata all'esiguità delle proprie entrate, dimenticandosi di un fattore fondamentale: l'insieme, certamente abnorme, di privilegi stipendiali e non solo che è stato garantito negli ultimi vent'anni è stato loro garantito dalle società calcistiche in primo luogo. E se per vent'anni buoni le società hanno coccolato, vezzeggiato e riempito di prebende più o meno giustificate i pallonari è evidente che essi difendano con le unghie e coi denti uno status, economico e non solo, che li ha resi casta tra le caste. Perché il problema reale non è rappresentato dallo sciopero di domani, ma dal protrarsi di una situazione aberrante e lontana da ogni pur elementare legge di mercato che nel contesto del cosiddetto «calcio», spesso, ha lasciato lo sport in senso stretto, ovvero il calcio giocato, come fanalino di coda, privilegiando immagine, sponsor, pubblicità, gossip, contratti, diritti televisivi, marketing metacalcistico e chi più ne ha più ne metta. In un contesto di questo genere è ovvio ed evidente che si sviluppi una corrente barricadera e tetragona a difesa dei privilegi acquisiti.
Certamente il buon senso, merce sempre più rara di questi tempi, dovrebbe spingere tutti a fare un passo indietro, a smussare gli angoli e trovare una quadra che scontenti tutte le parti in causa il meno possibile, preso atto dello stato di obbiettiva difficoltà in cui versano purtroppo tante famiglie italiane che non godono di smisurate retribuzioni. Ma, senza voler fare l'avvocato del diavolo, sono giuridicamente ammissibili talune prese di posizione dell'AIC, per quanto fuori luogo? Ebbene si, non c'è dubbio.
Tuttavia non si può ignorare un aspetto che prescinde dalla legittimità formale e, addirittura, dal diritto positivo tout court, ovvero il ruolo sociale preminente che il calciatore riveste. Egli è infatti per tantissimi giovani e meno giovani un modello a cui ispirarsi, un esempio da seguire, un archetipo di uomo di successo al quale molti vorrebbero assomigliare. E oggi che esempio stanno dando alle nostre nuove leve questi scioperanti? Un esempio assolutamente negativo non solo in sé e per sé, ma anche perché in antitesi sistematica con i valori tradizionali del calcio: la solidarietà, l'inclusività, la disponibilità, l'essere squadra non solo sul campo ma anche nella e con la società nel suo insieme, poiché coscienti di non essere solo ed esclusivamente dei «semplici professionisti», ma anche e soprattutto elemento di profonda sintonizzazione per gran parte della nostra società che in essi si identifica o comunque, con semplicità e buona fede, vorrebbe farlo. E questo sentimento, semplice e semplicistico, forse, ma radicato in profondità non può essere quantificato sul diagramma cartesiano della legittimità giuridica o del diritto sindacale. Soprattutto non dovrebbe essere calpestato per la difesa a spada tratta di interessi particolari, di prerogative di casta, di maneggi da bassa bottega. Perché in questo modo si offende, prima ancora del portafoglio di tanti Italiani, il loro cuore..
Certo, al di là della legittimità formale di talune rivendicazioni e del can can mediatico che ne consegue, la mente e il cuore tornano inevitabilmente ad altri tempi: tempi più sani, sportivamente e non solo, tempi ove il senso critico elementare non era ancora morto e sepolto. Tempi segnati dalla passione sincera e bruciante che sul campo verde suscitavano uomini come Scirea, Zoff, Gentile, Facchetti, Mazzola, Baresi, Cabrini, Bettega, Socrates, Platinì, Falcao, Conti, Pruzzo, Onofri, Faccenda, Cerezo, Diaz, Edinho, Maradona. Tempi in cui il calcio era senz'altro diverso e gli stipendi erano minori. Se esista o meno un nesso causale tra le due cose è un interrogativo che giriamo ad altri...
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