Le Nazioni Unite contano i danni ad Abuja, Nigeria, dopo l’attentato kamikaze del 26 agosto che ne ha parzialmente distrutto la sede provocando 21 morti e oltre 70 feriti. Nelle stesse ore Boko Haram, il movimento fondamentalista islamico che lo ha rivendicato, aveva assalito alcune stazioni di polizia e alcune banche a Maiduguri, capitale del Borno, uno dei 12 stati settentrionali della federazione nigeriana a maggioranza islamica. Qui le vittime sono state 12: quattro poliziotti, un militare e sette dipendenti di due delle banche attaccate. Poi, il 28 agosto, sempre a Maiduguri, un militante del movimento ha ucciso a colpi di pistola un agente di polizia.
Formatosi nel 2002 con la missione di combattere per trasformare la Nigeria in uno Stato retto dalla legge coranica, Boko Haram per anni ha concentrato la propria attività terroristica nel Borno dove si è costituito e dove ogni anno centinaia di persone perdono la vita in attentati e rappresaglie. Dall’inizio del 2011 le vittime sono già 250.
Da quasi un anno, inoltre, sembra anche grazie al fatto di essere riuscito a infiltrarsi tra le forze dell’ordine, il movimento ha esteso il proprio raggio d’azione mettendo a segno degli attentati persino nella capitale federale Abuja.
A Capodanno ha fatto esplodere una bomba nel Mammy Market, un affollato mercato nei pressi di una caserma militare, provocando quattro vittime. A giugno con un attentato suicida ha colpito il quartier generale della polizia uccidendo tre persone. A luglio ha piazzato un ordigno esplosivo all’esterno di una chiesa protestante, a pochi chilometri dalla capitale, causando altre tre vittime.
La scelta di attaccare le Nazioni Unite attirando l’attenzione internazionale indica un’ulteriore escalation e proprio mentre il governo nigeriano sta tentando di aprire un dialogo con il movimento. Può anche indicare che Boko Haram ritiene di poter contare più che mai sul sostegno di almeno una parte della popolazione islamica. Di sicuro gioca a suo favore il generale disappunto degli stati settentrionali per il successo elettorale, ad aprile, del presidente Goodluck Jonathan, cristiano e originario del sud, confermato nella carica al primo turno delle presidenziali con quasi il doppio dei voti rispetto al suo avversario, islamico del nord, Mohammed Buhari.
Gli scontri tra cristiani e islamici con decine e centinaia di vittime ed enormi danni materiali – saccheggi, proprietà distrutte, interi quartieri urbani e villaggi rurali devastati – sono cronaca quasi quotidiana in Nigeria dove il fattore religioso aggrava da secoli la frattura tra le etnie del nord, islamiche, e quelle del sud, cristiane e animiste. È negli stati centrali, di faglia, che le tensioni sono più frequenti. Uno di questi è il Plateau, teatro di violenti incidenti tanto frequenti e rovinosi da averne compromesso la vita economica e sociale. Nella sua capitale, Jos, i morti negli ultimi anni si contano a migliaia. Altrettante sono le attività produttive e commerciali distrutte. Nel solo mese di agosto si sono verificati tre importanti episodi di violenza: all’inizio del mese con due vittime e dei feriti gravi, il 16 in due centri abitati nei pressi della capitale, con 10 morti, e infine il 29 quando in uno scontro in un quartiere di Jos abitato in prevalenza da cristiani 20 persone sono state uccise e più di 50 ferite.
Nel giorno del suo insediamento, il 29 maggio scorso, il presidente Jonathan aveva esortato i nigeriani all’unione, condizione necessaria per lo sviluppo di un paese che, pur essendo da decenni il primo produttore africano di petrolio, continua, a 12 anni dalla transizione democratica che nel 1999 ha messo fine a una lunga epoca di dittature, a essere tra i più poveri del mondo.
Oltre alle divisioni etniche e religiose, l’altro maggiore ostacolo allo sviluppo che la Nigeria deve necessariamente rimuovere per poter mettere finalmente a frutto le proprie risorse è la corruzione, dilagante a ogni livello, che nel mezzo secolo trascorso dall’indipendenza ha saccheggiato centinaia di miliardi di dollari, rendendosi responsabile del fatto che tuttora quasi due terzi della popolazione vivano sotto la soglia della povertà e per l’84% sopravvivano con meno di due dollari al giorno. Anche su questo fronte, però, le notizie non sono confortanti. Human Right Watch, l’organizzazione non governativa americana, ha appena reso noti i risultati di una serie di indagini dalle quali emerge che l’apparato politico nigeriano continua a incoraggiare la corruzione. D’altra parte bastano a dimostrarlo i risultati finora ottenuti dalla Commissione per i crimini economici e finanziari, istituita nel 2002. In nove anni di attività ha svolto indagini soltanto su 30 uomini politici, quattro ne ha giudicati colpevoli, nessuno dei quali finito in prigione.
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