Con l'uscita di scena politica di Gheddafi, ma non quella personale e del suo clan il cui epilogo resta incerto, si è ufficialmente aperta la corsa tra i rappresentanti delle diplomazie internazionali per avviare la stabilizzazione istituzionale della nuova Libia. Contemporaneamente è anche scattata una ben più importante competizione, quella per l'accaparramento dei ricchi contratti petroliferi e delle future commesse che fanno gola ai principali gruppi industriali occidentali e non solo. Ecco perché la conferenza sulla Libia, che si è affrettata ad organizzare la Francia, è sembrata connotarsi come una gran kermesse, incapace di prendere decisioni reali e di esprimere un minimo di coordinamento politico e finanziario su dove indirizzare le priorità del post Gheddafi.
A Parigi sono solo emersi una serie di intenti su come organizzare il futuro assetto istituzionale della Libia. I nodi di fondo non sono stati però ancora affrontati. Rimangono quindi sul tappeto le decisioni operative, che riguardano le modalità attraverso le quali si avvierà il percorso di edificazione delle nuove istituzioni libiche e parallelamente la necessità di predisporre delle misure necessarie a garantire alla popolazione un ritorno alla normalità. Questa necessità non va sottovalutata, poiché, se da una parte in questo momento la popolazione appare euforica per essersi liberata, dopo 42 anni, del regime del colonnello Gheddafi, dall'altra tale situazione non è destinata a durare a lungo, e potrebbe aggravvarsi se al popolo libico non sarà consentita al più presto la ripresa di una normale vita sociale ed economica.
Altro punto non discusso nell'assise francese è la pacificazione dei vari gruppi di opposizione. Contestualmente all'avvio del processo di costruzione delle nuove istituzioni libiche bisognerà far fronte, infatti, al problema del conflitto esistente tra questi gruppi, animati da divergenze relative ad antiche questioni tribali e da nuove esigenze di potere in contrasto tra loro (islamisti e laici, conservatori e progressisti, esponenti tribali o gruppi etnici): ognuno di essi tenterà di dettare le proprie condizioni in modo da accaparrarsi una decisiva fetta di potere. Il compito, quindi, non sarà affatto facile a causa dei diversi interessi in ballo e rappresenta la vera insidia sulla stabilità e democraticità delle istituzioni libiche.
Non sarà inoltre semplice tenere lontano dal potere la fronda jihadista che, insieme ai Fratelli Musulmani, nutre forti aspettative di governo del Paese. Infatti, la più agguerrita sfida al pluralismo e laicità della nuova Libia sarà costituita proprio dalla necessità di evitare la nascita, al centro del Mediterraneo, di uno Stato che rischi di essere investito da una deriva fondamentalista. I jihadisti perseguono da sempre, senza indugio, i loro piani e non si fanno certo scrupoli ad eliminare gli ostacoli che si frappongono ai loro intenti di potere. Così pare sia successo durante la campagna degli oppositori contro il regime, quando è stato eliminato da mano amica un alto esponente dei ribelli. Ai jiadisti viene, infatti, attribuita la responsabilità dell'assassinio del generale Younis, comandante generale delle forze ribelli, eliminato dai fondamentalisti per il suo coinvolgimento, quando era ancore nel regime libico, nelle repressioni attuate nei confronti del fondamentalismo religioso. Ciò dimostra ed accresce l'incertezza sugli esiti della lotta per il potere in Libia da parte di gruppi che prima o poi dimostreranno tutta la loro pericolosità.
Altro nodo da sciogliere per le nuove autorità libiche è come saranno gestite la revisione dei contratti in essere e l'assegnazione di quelli futuri per lo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi. Su questo punto si è già aperta un'autentica bagarre internazionale che vede gli uni contro gli altri, con forti interessi in ballo da parte delle imprese estere. Occorrerà essere molto cauti su questo punto e non ripercorrere l'errore del vecchio regime perché sui nuovi contratti bisogna necessariamente privilegiare lo sviluppo sociale ed economico del Paese, aiutando i governanti a migliorare le condizioni della popolazione libica. Su quelli già avviati sembra che l'Eni, dopo le rassicurazioni e intese promosse con il Cnt, goda di una riconosciuta posizione privilegiata tra i libici e rappresenti un'importante garanzia per gli investimenti che nel tempo ha effettuato nel Paese.
Le future assisi diplomatiche che si apriranno dovranno quindi badare alla sostanza e non alla forma, a gestire meglio i contenuti e le prospettive post regime. Bisogna concentrare gli sforzi diplomatici puntando a smussare con accordi le divisioni di parte, coordinare le questioni commerciali e appoggiare senza tentennamenti il piano tracciato in primavera e racchiuso nella «dichiarazione costituzionale», dove in trentasette articoli vengono illustrate le tappe e le linee di azione per garantire un futuro assetto istituzionale basato su principi pluralistici e democratici. Ma prima di arrivare alle elezioni, obiettivo che può essere raggiunto entro 12-20 mesi, rimane incerta ed estremamente instabile la situazione sul terreno, che può e deve essere resa sicura garantendo l'incolumità della popolazione civile, senza ulteriori rinvii e tentennamenti, avviando nel contempo il ritorno alla normalità con la ripresa delle attività sociali ed economiche. Solo così ci saranno serie premesse per traghettare la nuova Libia con sicurezza verso un futuro plurale e democratico, ponendola al riparo dalle rivalità etniche, dall'integralismo islamico e dalle rese dei conti senza quartiere, utili a fomentare altra violenza e far crescere ulteriore instabilità.
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