Forse non tutti sanno che Susanna Camusso, oggi segretaria nazionale della Cgil, faceva l'archeologa. La notizia può apparire inutile gossip, ma in realtà non è così per due distinte ragioni: in primo luogo la Camusso rappresenta degnamente quella casta di sindacalisti, numerosi e ben inseriti, che le fabbriche le hanno studiate sulle monografie di diritto del lavoro senza mai averci effettivamente lavorato un giorno solo in tutta la vita; in secondo luogo serviva senza dubbio alcuno un archeologa per riesumare slogan, linguaggio e filosofia sindacale propri degli anni'70, con tanto di coretto polifonico sulle note di «Bella Ciao», popolare motivetto che a Genova, Milano, Roma ha sostituito il più borghese Inno Nazionale di Goffredo Mameli.
Il primo dato che leggiamo è pertanto di carattere storico-politico: la totale assenza di proposte credibili, coerenti e organiche da parte dell'odierno establishment cigiellino, proposte che non si traducano quindi nell'opposizione bufalesca e pedissequa ad ogni slancio riformatore, costringe la Camusso a riesumare il linguaggio degli «anni d'oro» della lotta sindacale in quanto, pur sprovvisto di contenuti oggi come allora, è l'unico linguaggio in grado di galvanizzare gli animi sempre più esausti dei militanti e di fornire un qualche elemento di sintonizzazione passatista e nostalgica alla base, oggi più che mai confusa, arrabbiata e disorientata dalla sequela di sconfitte che la Cgil ha subìto da Epifani in poi. Per citarne alcune: rottura consumata del patto di unità sindacale con Cisl e Uil che addirittura organizzano una contromanifestazione a sostegno del direttivo del Corriere della Sera e manifestano la propria solidarietà al direttore De Bortoli, il quale si è visto bruciare l'edizione odierna dallo sciopero nazionale; sconfitta al referendum di Mirafiori e conseguente consolidamento della figura di Marchionne come top manager mondiale; dissidi interni insoluti ed insolvibili con la Fiom, il cui segretario nazionale Landini risulta più archeologo dell'archeologa numero uno; scandalo sulle numerose assunzioni in nero del personale amministrativo interno e, ultimo ma non ultimo, buco di bilancio di un milioncino di euro tondo tondo.
Riguardo al suddetto buco di bilancio, poi, molto ci sarebbe da dire: la mancata applicazione del secondo comma dell'articolo 39 della Costituzione, ovvero quello che disponeva l'obbligo di registrazione delle associazioni sindacali maggiormente rappresentative dotando così i sindacati della personalità giuridica, rende di fatto i conti e i bilanci del sindacato pervicacemente impermeabili a controlli e indagini, trattamento decisamente sperequativo rispetto ad altre associazioni assimilabili quali, ad esempio, i partiti politici. La severissima legge sul finanziamento pubblico ai partiti non trova infatti applicazione nel contesto sindacale: anomalia che ha reso i sindacati infinitamente più ricchi rispetto a qualunque altra formazione associativa politica o parapolitica. Del resto, organizzare manifestazioni costa. Parecchio.
Questo detto, entriamo nel merito della «contestazione»: in merito all'articolo 8 della manovra di Ferragosto, la Cgil tocca nuove vette del paradosso, arrivando a scioperare contro se stessa medesima. Tale articolo novellato dall'emendamento presentato dal relatore Antonio Azzolini rafforza e specifica la portata di quanto le associazioni sindacali hanno, Cgil in primis, avevano sottoscritto il 28 giugno, ovvero, in poche parole, il rafforzamento della contrattazione aziendale e l'efficacia erga omnes della medesima.
Dal 28 giugno non è cambiato nulla di nulla, se non, come ha ampiamente e chiaramente spiegato il Ministro Sacconi, il fatto che la sottoscrizione di accordi in deroga allo Statuto potrà essere effettuata solo dai sindacati «comparativamente più rappresentativi», ovvero saranno tagliati fuori i cosiddetti «sindacati gialli», cioè «soggetti di comodo sprovvisti di rappresentatività» costituiti esclusivamente al fine di fare ostruzionismo e «pirateria» sindacale. Così si è espresso il segretario confederale Paolo Pirani: «E' stato recepito l'accordo interconfederale di giugno (lo stesso che oggi la Cgil vorrebbe sconfessare e che Bersani cita a sproposito...-n.d.a.-) e con l'emendamento anche da noi sollecitato si evita la costituzione di sindacati di comodo».
Il giuslavorista Michele Tiraboschi ha poi specificato che «il decreto non dà nessuna libertà di licenziamento. Gli accordi non possono derogare al divieto di licenziamento senza giustificazione. Possono prevedere semmai in casi specifici norme diverse rispetto al reintegro, che peraltro c'è solo in Italia».
Quindi dovremmo chiedere alla Camusso perché ha indetto, arbitrariamente e senza coinvolgere in fase decisionale Cisl e Uil, uno sciopero nazionale che, di fatto, contesta un accordo da lei stessa sottoscritto. Sciopero nazionale che, per altro, ha registrato una bassissima adesione: nel comparto pubblico ha aderito solo il 3,1% dei lavoratori.
Dire che si tratta dell'ennesimo sciopero politico sarebbe come tritare acqua nel mortaio: più realistico sostenere che si tratta di uno sciopero che la Cgil, fortemente in crisi e sempre meno credibile, ha organizzato per rivendicare il proprio ruolo e le proprie prerogative, le quali, per quanto legittime possano essere sulla carta, poco o nulla centrano con le aspirazioni dei lavoratori...pure quelli del settore archeologico.
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